Quel pero del mio giardino che si ostina a fiorire soltanto senza voler mai condurre a maturità un sol frutto, non è forse un omino embrionale pieno di vanità e di pigrizia, come ce n'è tanti al mondo?

Quella vite aristocratica che matura ogni anno due o tre grappoli, non più, di meravigliosa uva bionda, rosea, dolcissima, con chicchi che paiono fusi, in uno stesso cavo e aggruppati con arte decorativa da sbalordire; quella vite non è una signora embrionale, che produce poco perchè vuol far tutto bene, che disprezza l'utile perchè ama l'arte? Quei suoi due o tre grappoli annuali sono proprio un'opera d'arte da vincere di gran lunga la leggendaria uva di Apelle (o di Zeusi? In questo momento la mia erudizione mi fa difetto e non voglio aiutarla ricorrendo a un'enciclopedia: so che voi non amate l'erudizione quand'essa è inutile, come appunto in questo caso).

Strambe analogie, direte voi, da lasciare ai poetini che si figurano di fare della poesia mettendo in versi: disse il fiore all'usignuolo; rispose l'usignuolo al fiore; disse la farfalla alla rosa; replicò la rosa alla farfalla!

Ah! le prendete per strambe analogie? Come v'ingannate! Lo strambo è quando noi mettiamo nella Natura, come quei poetini, la coscienza che non ci è affatto. La vera stramberia sono quegli Amori delle piante di Erasmo Darwin dove le povere piante, i poveri fiori, trasmutati in pastori e pastorelle d'Arcadia, fanno ridere i polli.

Non mi fraintendete: io non metto la coscienza nella Natura (sarebbe un guastar la Natura); e se vi trovo l'elemento umano e spirituale, ve lo riconosco e mi piace di riconoscervelo nella sua forma vegetale ed animale soltanto, dov'essi stan chiusi dentro un limite insormontabile... Che male avete voi fatto perchè io mi lasci andare fino a scrivervi queste astrusissime cose?

Eppure la colpa è un po' vostra. Se io non avessi avuto paura dei vostri frizzi, avrei continuato sullo stesso tono con cui ho cominciato, e, fantasticando, fantasticando, chi sa dove diamine sarei arrivato? Chi sa quali strampalerie vi avrei scritte a proposito della pretesa visita spirituale che voi dite, scherzando, d'avermi fatta! Voi avreste sorriso, o riso; io mi sarei divertito, e sarei tornato a divertirmi, ricevendo la vostra risposta piena d'ironia, di motti, di amabili impertinenze, e di carezzevoli pentimenti. Ma, pur troppo, da quel contadino che son diventato, qualche volta ho paura delle vostre lettere. Se invece di questi foglietti coperti di minuscola scrittura, veniste voi in persona, oh! ve lo assicuro, non avrei punto soggezione, e vi terrei testa sotto la grandine dei frizzi e delle malizie che vi piacerebbe d'avventarmi.

Ve lo confesso però; amerei molto meglio una vostra reale visita spirituale. Sapervi accosto a me, e non vedervi, e sentire intanto l'impressione del vostro calore, la sensazione del vostro alito, e aspirare il vostro profumo preferito d'elitropio bianco!.... Che commozioni! E quel sentirmi, a poco a poco, compenetrar tutto di voi nella parte più intima dell'organismo, nel pensiero; quel pensare in voi e quel comprendervi nello stesso tempo pensante in me: quel provare insomma la strana ossessione dello spirito vostro, che avrebbe intanto, per mezzo momentaneo di manifestazione esteriore, il mio solo organismo!... Ah, voi che non siete abituata a queste vertiginose altezze spirituali dove io m'avventuro spesso spesso con lo Swedenborg, voi non intenderete nulla della possibilità d'un'ossessione, specie di suggestione ipnotica più elevata! Che felicità se la cosa avvenisse!

Il più attraente sarebbe poter studiare per dir così de visu, direttamente, in che modo sente e pensa una donna. In quel momento lascerei femminilizzarmi compiacentemente, mi vi darei tutto, tutto, per veder funzionare dentro di me lo strano fenomeno vivente che voi siete, impastata di nervi, di passione, di riflessione, di scetticismo, di grazia, di malizia, di pietà, di cento cose disparate, fuse insieme in un organismo e in una intelligenza dei meglio riusciti. Quante strane sorprese! E quante delusioni forse! Giacchè noi uomini abbiamo intorno alle donne un mucchio di preconcetti, e non tutti benevoli. Io però mi son fatto, su questo punto, convinzioni particolari; e non oso di metterle fuori perchè troppo contraddicenti le idee accettate dalla maggioranza. Per esempio, io credo che, volendo studiar bene e comprender bene la donna, bisogna cominciare... indovinate?... dall'uomo. Noi siamo passati per voialtre, e ne abbiamo trasportato via il meglio nella nostra forma superiore. Quel che non abbiamo portato via appartiene all'animalità bassa, ed è facile studiarlo nell'animale o in noi stessi, dove l'animale sussiste. Basterebbe dunque limitarsi a certe facoltà dello spirito, alla immaginazione e al sentimento: basterebbe farle funzionare in noi per via di un'abile selezione, senza mescolarvi elementi riflessivi, cioè d'astrazione...

Voi sorridete, scotete il capo, fate dinieghi... Siete dunque davvero un mistero impenetrabile voi donne? Siete l'assurdo, l'imprevisto fatti sangue e carne?... Permettetemi di rimanere nella mia convinzione che per studiar bene la donna, bisogna, dall'uomo, tornare indietro fino ad essa... — Indietro?... esclamerete voi. Ecco una bella impertinenza! — Oh, intorno a questo la mia rozza sincerità di contadino non si lascerà smuovere dalle vostre canzonature. La leggenda adulatrice pretende che la donna sia stata creata da Dio, traendola da una costola di Adamo dormente. Ebbene: se fu Adamo che inventò la leggenda, è da veder in essa soltanto un semplice atto di galanteria; se fu Eva, (scusate) un malizioso artifizio per nascondere la sua età allo stato civile di allora.

G.