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20 novembre 1887.

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Stavo per commettere una pazzia. Vivevo da più giorni come un allucinato, sognando a occhi aperti il vostro salottino e la mia inattesa comparsa davanti a voi. Il mistero, l'ignoto sarebbero spariti a un tratto appena avrei visto la vostra persona, intorno a cui ho fantasticato tanto da tanti mesi; appena avrei stretto la vostra mano che mi figuro piccola, bianca, con dita esili e lunghe; appena avrei udito la vostra voce, turbata dalla mia improvvisa apparizione.

Era accaduto quel che doveva accadere; avevo scherzato col fuoco e mi ero scottato. Non ve n'ho detto mai niente; ma voi dovete esservene già accorta e da un pezzo. Chi sa che non siate un po' scottata anche voi? Permettetemi questa supposizione, che non vi pregiudica. Avete voi fatto forse, al pari di me, voti di solitudine e di astinenza? Vi siete forse volontariamente confinata in una campagna, quasi fuori d'ogni umano consorzio, eccetto quello che dànno molti libri e pochi giornali? Mi avete, è vero, parlato spessissimo del vostro profondo scetticismo, e avete messo più volte in canzonella la irrimediabile sentimentalità che, secondo voi, impregna le mie lettere: ma io non vi ho mai creduto. Questa nostra corrispondenza non poteva essere, e non è stata infatti, un semplice gioco dello spirito nè per voi nè per me; n'ebbi un vago presentimento sin da principio.

E se mi sono scottato soltanto io, tanto meglio. Non m'importa che faccia una ridicola figura al vostro cospetto; la punizione è meritata.

Sì, stavo per commettere una pazzia. I miei grandi propositi di raccoglimento e di studio eran crollati in un attimo, come un castelletto di carte da giuoco; la donna, che io avevo voluto eliminare per sempre dalla mia vita, aveva ripreso, zitta zitta, possesso di me e mi invadeva e mi dominava tirannica, inesorabile vendicatrice della mia empia risoluzione; questa campagna, dove mi ero rifugiato come in un porto di salvezza, questa solitudine che aveva riconfortato e ristorato le disperse forze del mio spirito, mi eran diventate subitamente insopportabili, uggiose, quasi orrido luogo di relegazione, quasi condanna ingiusta e crudele.

Era il resultato dell'opera vostra; incosciente o volontaria, non m'importava saperlo. V'amavo, ero pazzo di voi. Il mistero che vi circonda mi aveva sconvolto il cervello; il caso che vi ha fatto infrangere la clausura del mio ritiro mi sembrava qualcosa di provvidenziale contro la mia stupida fuga da ogni creatura civile, col pretesto di vivere soltanto una vita tutta spirituale, tra la scienza degli uomini e la scienza di Dio.