Passai la notte senza chiuder occhio. La mattina vi scrissi una lunga lettera, che stracciai subito dopo averla riletta. Volevo sorprendervi, volevo accertarmi se mai il vostro cuore vi avesse presagito qualcosa, se avesse presentito il mio avvicinamento mentre il piroscafo mi portava alla incantevole vostra città, assisa sul golfo come una sirena.
E feci la valigia canticchiando, ripetendo il vostro armonioso nome in mille guise, quasi le diverse melodie, che si adattavano ad esso su le mie labbra infuocate, rifiorendomi nella memoria dopo tanto tempo, non avessero potuto esprimer altro che il misterioso significato di quelle tre sillabe, le più belle tra quante da voce umana siano state mai modulate. E fatta la valigia, diedi gli ordini per la partenza, precisi, minuziosi; niente doveva ritardare di un minuto, d'un solo minuto, l'avvenimento che credevo stesse per risolvere l'oscuro enimma della mia vita!
Così ieri! Oggi non più!
E ve n'ho parlato come di avvenimento remoto di cui resta appena traccia nella memoria. Non ho creduto nemmeno opportuno cercar qualche perifrasi, per addolcirvi la crudezza del fatto, e vi scrivo: Così ieri. Oggi non più!
Perdonate all'orgoglio della mia vittoria questa mancanza di delicatezza e di riguardo, quantunque la mia vittoria non sia proprio contro di voi personalmente, ma contro la donna in genere. Che posso farvi se la specie è formata di individui, e la Donna non è una realtà tangibile, ma son tali soltanto le donne?
Già, anche durante il mio accesso d'ebbrezza, sentivo un sordo rancore che non sapevo spiegarmi, qualcosa che mi amareggiava anticipatamente le gioie di quel viaggio improvviso e m'impediva di assaporare la mia liberazione dalla solitudine venutami in odio peggio che se mi fosse stata imposta dal capriccio tirannico di qualcuno. Ero simile al prigioniero che vede rompere con una specie di tristezza la catena a cui viveva da tant'anni legato. Guardavo i miei libri, la mia stanza di studio, tendevo l'orecchio nel silenzio quasi temessi di sentir mormorare per l'aria rimproveri o minacce di gastighi per l'infrazione del mio voto; ed ero corso a rifuggiarmi prima dell'alba su la terrazza che domina la vallata, per sfuggire la tormentosa paura di quei rimproveri e di quelle minacce.
A un tratto, ecco un suono di campane lento e lugubre, e che sembrava più lugubre nell'incerto barlume dell'alba, fra il silenzio della campagna ancora addormentata. Suonavano a morto, e pareva suonassero da un'altezza immensurata, perchè le nebbie velavano la collina del vicino paese e si confondevano col grigio scuro del cielo. E non una, non due, ma tutte le campane delle chiese suonavano a morto, con voce di desolazione, quasi piangessero l'immensa vanità delle cose: vanità dell'arte, vanità della scienza, vanità della forza, vanità della bellezza, vanità dell'amore.... Vanitas vanitatum! Et omnia vanitas!
Mi sentivo commosso.... Era il giorno dei morti. Quella bronzea voce invocava i suffragi dei fedeli su le anime dei trapassati, lenta, ritmica, straziante... Vanitas vanitatum! Tutte le generazioni scomparse da secoli su quel monticulo di terra, diverse per razze, per civiltà, per religioni, sembravano, con quel suono, dalla Infinita Misericordia, invocare il perdono di non aver creduto durante la loro esistenza alla vanità di ogni cosa; il perdono di quella follia che le aveva fatte guerreggiare, lavorare, amare, pensare, quasi la loro vita avesse dovuto durare eterna! E aveano atteso l'ora del risveglio dei viventi, la limpidezza serena dei sensi e della mente dopo il riposo notturno, per far meglio penetrare nei petti umani lo sgomento della vanità universale rivelato loro dalla morte. Vanitas vanitatum! Et omnia vanitas!
Mi sentivo commosso. Ed io, miserabile minuscola creatura, invece di seguitare a chiedere alla scienza degli uomini e alla scienza di Dio il vero e profondo significato di quel vanitas vanitatum in cui si risolvono fin le grandi evoluzioni del pensiero quando non è compenetrato dal divino, io già tornavo a lasciarmi sedurre dalle fallacità dell'amore, già mi abbandonavo alla sensazione allucinatrice! Già stavo per correre dietro a un fantasma di donna a cui la mia immaginazione aveva dato a imprestito i propri bagliori! Chi avrebbe potuto assicurarmi in quel momento che voi non siate l'opposto della creatura da me creata dietro fallaci e risibili elementi?
Allora un altro fantasma di donna da me conosciuta anni addietro a Milano, mi si presentò alla memoria: e negli occhi le sfavillava un'ironia acuta, e sulle labbra le tremolava un sorriso tra compassionevole e sprezzante... O Malvina de Jancoosca, dove sei tu?