Fausto girava sospettosamente lo sguardo attorno. Quegli strani apparecchi gli davano una sensazione di malessere, di ripugnanza; sensazione che si aumentò dopo che l'amico dottore, invitandolo a guardare nel microscopio gli disse:
— Sono baccilli del carbonchio, ingranditi due mila volte.
Poi, mostrandogli un tubetto di vetro dal fondo arrotondato, chiuso con un tappo involto nella bambagia, e con dentro parecchi sottilissimi fili di seta gialla, soggiunse:
— E queste sono le spore di codesto bacillo, che possono mantenersi vive molti anni, se tenute in completo essiccamento.
— Non c'è' pericolo?... — domandò Fausto, allontanando la mano del dottore che gli aveva accostato il tubetto a poca distanza dagli occhi per farglielo osservare alla luce.
Il dottor Anguilleri sorrise.
— È imprudente venir qui — esclamò Fausto.
— Appunto, non mi hai detto qual buon vento ti mena.
— Passavo... e son salito a salutarti.
Fausto, pentito d'essere venuto in quel luogo, voleva andarsene subito; ma il dottore lo trattenne per forza: