— Se commettessi un delitto per riavere la libertà, chi potrebbe condannarmi?

Era arrivato a farsi tale domanda senza fremere di orrore.

Per evitare in quei giorni la frequenza delle visite della signora Ghedini, aveva ideato un pretesto: ma quella volta la signora Paolina non si era lasciata ingannare.

Si vedevano sparsi, con calcolato disordine, sul tavolino, sul letto, sul canapè e sul leggìo del pianoforte i fogli dell'abbozzo dei primi due atti della sua opera, parte scritti col lapis, parte con l'inchiostro. La carta si era ingiallita e la scrittura aveva preso la tinta dell'inchiostro invecchiato dalla luce e dalla polvere. Robba morta tutti quei fogli! Quella mattina però dovevano simulare di essere vivi per evitargli il tormento della presenza di colei e il pericolo di scene repugnanti. Gli era forza mentire, mentire, mentire, se voleva ottenere un po' di tregua!

Egli andava su e giù per la stanza con le braccia conserte, strette nervosamente dalle mani aggrappate, coi capelli in disordine e con lo sguardo fisso nella truce visione che più non lo abbandonava un momento e lo avvinceva e lo soggiogava: andava su e giù ripetendo mentalmente le uniche parole che pensasse da una settimana, anche ragionando d'altro, anche nei sogni:

— Se commettessi un delitto per riavere la libertà, chi potrebbe condannarmi?

E gli parve che qualcuno venisse a sorprenderlo, sentendo aprir l'uscio e vedendo apparire la signora Ghedini che guardava diffidente i fogli sparsi qua e là.

— Lavori?

— Riprendo la Venere infernale; me la sento frullare nel cervello.

E con un po' d'esitanza, di cui ebbe dispetto, soggiunse: