Il dottor Anguilleri fu meravigliato di vederselo comparire davanti.
— Che è stato?
— Niente. Sai? Ho riflettuto su quella tua idea... bellissima... della Sinfonia dei baccilli, o della Morte.
— Ah!
— Sono in vena. Voglio farne proprio qualcosa di grandioso e di terribile, come tu hai detto. Ho già abbozzato... in testa... i punti principali, s'intende: Un crescendo, capisci?... dopo un pianissimo di violini e viole.... Poi, un unisono di ottoni.... Vengo per ispirarmi.
— Mi hai fatto paura! — esclamò il dottore, stupito di quell'aspetto sconvolto, di quegli occhi che luccicavano sinistramente evitando lo sguardo altrui, di quelle parole pronunziate ora a scatti, ora esitando. — E l'ispirazione musicale ti riduce ogni volta così?
— Fammi vedere di nuovo la stanza... dove sono le stufe,... no, l'altra appresso. Voglio averne un'impressione più viva, più immediata.
— Alla buon'ora! Non mi par vero che tu voglia lavorare. Sarà la prima e, forse, la sola volta che i baccilli serviranno per un'opera d'arte.
Fausto gli andò dietro, camminando come un sonnambulo, senza scorgere niente lungo il corridoio e le sale che attraversavano.
Il dottor Anguilleri, un po' invanito di veder presa sul serio da un artista come Fausto un'idea buttata là, per ischerzo, in un momento di buon umore, aperse l'uscio del camerino buio: