— Hai ragione. Sono cattiva! Noi donne siamo impastate di ingratitudine. Hai ragione; non ti ho detto neppur grazie!... Senti, Enrico... Se io fossi ben altrimenti cattiva?... Se rimeritassi il tuo affetto, la tua bontà, la tua generosità... nel peggior modo che può rimeritarla una moglie perversa...?
— Non fare ipotesi assurde! — egli la interruppe.
— Lasciami dire. Se, per tua e mia disgrazia, si dèsse mai questo caso assurdo... se io, la tua Clotilde, tutt'a un tratto,... mettiamo per un eccesso di follia...
— Ti ammazzerei! Così! — rispose Enrico con accento scherzevole, facendo comicamente il gesto di pugnalarla alla gola.
Ella si voltò rapidamente verso il tavolino, afferrò il tagliacarte di metallo, che avendo appunto la forma di un pugnale poteva benissimo ferire, e, porgendoglielo, balbettò:
— Ammazzami!... Ammazzami!
Enrico scosse le spalle e la testa, evidentemente annoiato d'una scena che gli sembrava stupida e fuori luogo.
Infatti il gesto e l'accento di Clotilde erano stati proprio teatrali, ma nel miglior senso di questa parola. Una grande attrice non avrebbe potuto pronunziare quella frase con maggior efficacia, nè fare un gesto più espressivo.
Ma che c'entrava questa burla di cattiva lega in quel momento?
E la prese per le braccia e la scostò da sè, con un po' di malumore, corrugando le sopracciglia, fissandola però per trovar la ragione dell'insolita stranezza di sua moglie.