— Miseria del cuore umano! — s'interruppe Marcello. — Anche i più dolci, i più cari ricordi van soggetti alla sorte comune di tutte le cose; inaridiscono, si sbiadiscono, si scancellano, muoiono, insomma, dentro di noi!
— Sei romantico oggi — gli dissi sorridendo.
— Tutt'a un tratto — egli riprese con un'alzata di spalle — riconobbi il luogo, mi vidi trasportato colà, fra l'allegra brigata che scendeva chiacchierando e canticchiando lungo la sponda; e sentii al braccio la lieve pressione del braccio di lei. I riflessi dell'ombrellino le accendevano la faccia; gli occhi piccoli ma belli e la bocca dalle labbra sottili, sorridevano d'un sorriso di beatitudine, quasi di estasi, rivolti verso di me che le parlavo... di che cosa? Del nostro sogno di amore certamente. Ora non rammentavo più le parole ma il loro senso, come una melodia indefinita rimasta nell'orecchio dopo che lo strumento o la voce tacciono, e le vibrazioni continuano internamente deliziosissime.
La pressione del suo braccio, di tratto in tratto, si faceva più sensibile, quando ella voleva avvertirmi di non allontanarci troppo, per convenienza, dagli altri: dal babbo, dalle sorelle minori, dalle amiche, dai tre o quattro giovanotti che ridevano forte, e a noi non importava punto sapere di che.
Era la prima volta che passeggiavo con lei sotto braccio per l'aperta campagna. Quella mattinata di aprile... o di maggio — non ricordo con precisione — di primavera certamente, era meravigliosa. Tiepida, splendida di sole, con l'aria piena di profumi campestri, col cielo limpidissimo, col gran fremito di vita dattorno, che aveva la sua più forte voce nel mormorìo delle acque del fiume gorgoglianti sotto la sponda, mi pareva una festa, un'acclamazione al nostro amore, un lietissimo augurio, una sorridente promessa.
Poi cominciò a parlare lei, seria, con gravità gentile, quasi per contrapporre il suo buon senso alle strane fantasie, ai capricci, alle strampalerie che la gioia mi faceva in quel momento sgorgare dalle labbra; e io stavo ad ascoltarla, divorandomela con gli occhi, premendole forte forte il braccio col braccio, fino a farla esclamare: Mi fai male!
Oh, come ella diceva quelle care parole: — Mi fai male! — Carezza, ringraziamento, invito, perchè di quel male gliene facessi ancora, ancora più, e lei così potesse sentirsi mia, e io potessi sentirla mia più intimamente, come ella era già mia, tutta mia col cuore, ed io suo, tutto suo:
— Mi fai male!
Ah, gliene ho fatto dopo, pur troppo, senza volerlo! L'ho contristata, l'ho straziata!... Non sappiamo far altro noi uomini, amando!
E così tutta la festa di quel giorno, tutta la letizia degli augurii e delle promesse del cielo, della terra, del cuore, tutto, tutto doveva esser vano!