Veteris agnosco vestigia flammae! Poca cenere? A chi vuoi darla a intendere, mio caro?

PARTE SECONDA

ZAMPONE

Veramente si chiamava Zamboni; ma aveva mani così enormi, con palme larghe, con dita lunghe e nodose, col dorso velloso, con ciuffetti di pelo fin su le falangi delle ugne, che amici e conoscenti, prima per ischerzo, poi per abitudine, gli appiccicarono di buon ora quel nomignolo, mutando soltanto una consonante e una vocale; e oramai nessuno si rammentava più di quelle due lettere buttate via tant'anni addietro. Si poteva dire che soltanto i suoi biglietti di visita portavano segnato: Cav. Giuliano Zamboni, con una bella corona in testa. E le cattive lingue aggiungevano che anche la corona gli stava a proposito, con le punte acuminate somiglianti a dei cornini.

Egli lasciava dire.

Scriveva interminabili romanzi storici, (intendeva pubblicarli a collezione finita) dove si svolgevano tutti gli avvenimenti medievali della sua città nativa: guerre, assedi, prodezze in giostre e tornei, rapimenti, amori colpevoli tra castellane e paggi che finivano sempre tragicamente. Un alto sentimento giustiziero gli faceva punire col veleno, col pugnale, con la corda, le offese fatte al talamo coniugale nei barbari secoli donde cavava i soggetti delle non mai interrotte narrazioni. E su questo punto egli non si faceva scrupolo di tradire anche le più esplicite testimonianze delle cronache compulsate e le conferme più sicure degli storici posteriori.

— È per la morale! — rispondeva serio serio, a chi gli faceva osservare che i fatti non erano accaduti precisamente come venivano raccontati da lui. — L'arte dev'essere morale; se no, non è arte!

Bella e buona teorica!