— Il meglio viene ora! — diceva, tutto compunto.
E attaccava un altro capitolo.
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Mettiamo anche che il cavaliere Zamboni, o semplicemente Zampone, come si ostinavano a chiamarlo, chiudesse gli occhi volontariamente su le marachelle della moglie. O che non era bella ed alta filosofia? Non era un nobile e dignitoso sacrifizio alla impresa letteraria che doveva pur ridondare a lustro e profitto della sua città nativa? Sarebbe stato caritatevole tentare di distrarlo da un compito con tanta abnegazione e tanta perseveranza proseguito, per farlo ingolfare nei pettegolezzi femminili, dai quali nascono conturbamenti d'animo, abbattimento dell'energia del corpo, e un'infinità di guai, che nessuno può prevedere dove possano andar a finire? Che pretendevano le male lingue? Che lui così fiero, così inesorabile giustiziero di castellane e di paggi, mettesse in atto uguale fierezza e inesorabilità nei casi della propria famiglia, e che quelle mani, talvolta sporcate finora unicamente d'inchiostro, si tingessero del sangue della moglie e dei suoi veri o supposti drudi?
Certa gente è proprio buffa, per non dir peggio!
Secondo il mio umile parere, ammessa anche la ipotesi che il cavaliere non ignorasse, e intanto tacesse e facesse le viste di ignorare o per le eccelse ragioni dell'amore dell'arte, o per eccessiva bontà di cuore o per amore di pace, o per altri argomenti che in questo punto non mi ricorrono alla memoria, la sua condotta è degna più d'ammirazione che di biasimo; e mi compiaccio di poterlo dire apertamente, senza restrizioni mentali di sorta.
Ma, badiamo, si tratta d'una pura ipotesi, discussa per far meglio risaltare la grandiosità del suo carattere e del suo ingegno; giacchè io sono di quelli che accettano in simili quistioni, a occhi chiusi, il giudizio della parte più interessata. E perciò conchiudo col biasimare e stigmatizzare come calunniose e maligne tutte le storielle che si raccontavano della signora Zamboni, visto che il marito non se ne diede mai per inteso, fino al terribile momento in cui altre persone, quasi allo stesso grado interessate, non credettero opportuno distoglierlo da quella beata serenità così necessaria per continuare e condurre a buon porto l'impresa artistica di lui. Il quale, a prova di quanto affermo, aveva fatto suo il famoso verso di Ovidio:
Carmina scribentis secessa et otia quaerunt
e l'aveva scritto su l'uscio della propria libreria.
Il triste fatto avvenne quando una delle sue figliole fu promessa sposa ad un giovane di buona famiglia, colto, ricco e, per ragione della ricchezza, perfettamente disoccupato. La prima conseguenza di questa fannulloneria, fu l'incaponirsi nell'amore della ragazza, contrariamente all'avviso della propria madre che temeva gli effetti del vecchio proverbio: — Da mamma cattiva, figlia peggiore, — alludendo alle tante fandonie diffuse sul conto della signora Zamboni. L'amore materno è cieco, non ragiona: e la madre del giovane innamorato non sapeva perdonare a Zambone la sua tollerante filosofia coniugale. Per lei tutto quel che si bucinava sul conto della povera signora era proprio vangelo; lasciava supporre anzi che quel vangelo non dicesse tutto, e che ci fossero ben altre sudicerie, oltre le tante che si raccontavano. Messa alle strette dalla cocciutaggine del figlio, che voleva fare a ogni costo quella pazzia, ella pretese che Zambone desse una soddisfazione all'opinione pubblica, riconducendo pulitamente la moglie dai parenti di lei, per impedire che il disonore della sciagurata non si riversasse su la ragazza, intorno alla quale non c'era davvero niente da ridire.