Fu a questo modo che Zambone una mattina vide entrare nella libreria, dove lavorava da parecchie ore, il futuro genero e la figliuola a lui promessa. Venivano a fargli la terribile proposta.

La sua fantasia di truce romanziere non gli aveva mai suggerito una scena come quella: un futuro genero che accusava delle più turpi cose la mamma della promessa sposa; la figliuola che confermava inesorabilmente le accuse; e un marito, padre e suocero, che stava ad ascoltare a bocca aperta, con la penna sospesa in una mano e con l'altra posata su le fresche pagine scritte.

Volete che ve la dica schietta e tonda? Quel marito, quel padre, quel suocero, fu d'una debolezza deplorabile; chinò il capo, non oppose una scusa, una difesa; in quel momento, più che la moglie, l'accusato parve lui. Guardava la volta istoriata della stanza, quasi temesse che da un momento all'altro dovesse crollargli addosso, e lasciava dire, lasciava dire il futuro genero che si accalorava sempre più, che metteva innanzi il suo aut aut, come un coltello appuntato alla gola del tranquillo romanziere storico. Il quale, giusto in quel punto stava per annodare le fila d'una terribile ed esemplare punizione della baronessa Ida Insfar y Corylles, una spagnuola dei tempi di Carlo V, sposata a un valoroso cavaliere siciliano già prigioniero a Tunisi e, nell'assenza, da lei copiosamente tradito. Gli avevano interrotto la scena sul meglio; dal sereno cielo dell'arte lo avevano tratto giù, quasi afferrandolo pei piedi, nelle torbide regioni della realtà... e il suo turbamento era così grande (questo me lo rende, in parte, degno di scusa) ch'egli ebbe l'aria di confessare:

— Sì, sapevo tutto e non supponevo che se ne dovesse poi fare tanto chiasso! A che scopo? Lo scandalo non giova a nessuno!

Aveva un apparente aspetto d'imbecille in quel momento; più che d'ogni altra cosa, pareva seccato di dover interrompere la scena del romanzo e lasciar in tronco la baronessa Ida Insfar y Corylles, che ne stava commettendo una troppo grossa, e doveva essere l'ultima, per grazia di Dio, secondo l'intendimento del romanziere. Nella storia vera, la baronessa Ida Insfar y Corylles non cessò di fare d'ogni erba fascio neppure quando fu vecchia; e morì bigotta, fondando due o tre cappellanie... Ma raccontar questo sarebbe stato immorale.

E quei due, il genero e la figlia, dovevano venire a disturbare il disgraziato Zamboni (questa volta non ho coraggio di chiamarlo Zampone) proprio nel meglio delle sue funzioni di artista-moralista!

Probabilmente fu in grazia di questo stato d'animo che il pacifico romanziere si trasformò in marito inesorabile, come non gli era mai accaduto; e poco dopo, assumendo tutta la severità che la circostanza richiedeva, disse alla moglie:

— Signora, mettetevi il cappellino. Vi riconduco a casa vostra!

La signora Zamboni (e mi sembra un'altra prova della sua innocenza) rovesciò sul capo del marito un diluvio di epiteti uno più espressivo dell'altro; si mise, dignitosamente, il più bello dei cappellini che aveva nel guardaroba e uscì, senza abbracciar le figliuole, accompagnata da lui fino al portone della casa paterna.

Zampone tornò a chiudersi nella biblioteca. Pareva un cane bastonato dal padrone. Con le mani incrociate dietro la schiena, passeggiava su e giù, sbalordito di quel che aveva fatto, consolato dal pensiero che il matrimonio della figliuola valeva bene quel sacrifizio, e nello stesso tempo amareggiato dall'idea che i suoi nemici, gl'invidiosi, dovevano esser lieti della loro vittoria! Gli avevano stroncate le ali.