Chi sa se avrebbe mai potuto riprendere il suo lavoro e scrivere la terribile punizione da lui ideata per la gran peccatrice Ida Insfar y Corylles!
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Per parecchi mesi Zampone fu una mosca senza capo; non sapeva che fare della sua esistenza, un tempo tutta dedicata a quel che doveva essere il monumento della sua gloria e la gloria della sua città natale. L'inchiostro s'era seccato nel suo calamaio: un foglio, scritto a metà, si era coperto di polvere sul gran tavolino della biblioteca; fino una parola rimasta a mezzo non era potuta esser compiuta per quell'aridità di mente che aveva colpito lo scrittore ora che sua moglie non era più presso di lui. Addio belle serate di lettura! Addio applausi! Addio tutto! Egli si disprezzava ora. Non sapeva perdonarsi la propria incredibile debolezza. Con la mancanza della moglie, a un tratto, gli era venuto meno ogni cosa: le ispirazioni dell'arte, la serenità dell'animo, le buone digestioni, il sonno.... ogni cosa! Avevano voluto annichilirlo, e c'erano riusciti. E il peggio era che quando qualche imprudente osava dirgli: — Bravo, Cavaliere! Avete fatto bene! Dovevate farlo prima — egli si sentiva costretto ad assentire, a braveggiare.
— La tolleranza ha un limite! — rispondeva con aria tragica.
E non era vero, niente affatto, ch'egli pensasse così!
Al contrario, gli passavano per la mente certi progetti che gli aprivano nel cuore un lembo di cielo sereno. Si accorgeva di voler bene alla moglie più di quel ch'egli stesso non credesse.
Per sfidare l'opinione pubblica, la sciocca opinione pubblica che gli s'imponeva tuttavia come un tribunale nella coscienza, egli diceva da sè a sè:
— Ebbene? E se mia moglie...? O che forse li riguarda, mia moglie?
E cominciò ad aggirarsi, a ora tarda, quando non poteva esser notato, nelle vicinanze del palazzo; e se poteva scorgerla di lontano, seduta al balcone per pigliare il fresco, si sentiva rimescolare come un timido innamorato davanti alla fanciulla del suo cuore.