Almeno, se non poteva più scrivere romanzi, ne imbastiva uno piccioletto nella vita, con quelle passeggiate furtive sotto i balconi di sua moglie, che doveva qualche volta averlo veduto e riconosciuto!

E un giorno rifornì d'inchiostro il calamaio, non per riprendere la tela del romanzo interrotto — oh, no, non gli riusciva e aveva tentato più volte! — ma per scrivere alla moglie una letterina in cui le diceva: Ho avuto torto! Mi perdoni?

E la mise alla posta con le sue mani, e volle esser presente, dopo aver fatto bene i calcoli, quando il postino l'avrebbe consegnata al portinaio. La riconobbe dal colore roseo della busta, spiando dalla porta d'una farmacia vicina, dove andava con la scusa di prendere delle cartine di bicarbonato che si faceva sciogliere dal farmacista in un bicchier d'acqua, per aver il pretesto d'indugiare.

Il genero lo incontrò un giorno in quelle vicinanze e, sospettando qualcosa, gli disse brusco:

— Che fate qui? Volete vedere quella....?

E non trattenne la parolaccia.

Egli si mostrò offeso del sospetto, e balbettò, come un ragazzo colto in fallo:

— Io? Io? Per chi mi prendi?

Ma colui non si lasciò ingannare, e si diè a sorvegliarlo, mettendo spie che gli riferivano minutamente ogni cosa: i saluti che il cavaliere faceva alla moglie, i cenni che si scambiavano, perchè ora erano arrivati a ritrovarsi a ora fissa, lui nella via, ella al balcone, proprio a guisa di due innamorati... E gli rinfacciava tutto, crudamente, con parole da carrettiere; senza badare alle negazioni del pover'omo che voleva fare il forte, l'inesorabile e non ci riusciva:

— Io? Io? Per chi mi prendi?