— Studiate medicina?

— No.

— Che cosa studiate?

— Mi occupo di letteratura.

— Ah!

Quest'ah! commiserativo anzi spregiativo chiuse la nostra prima conversazione, avvenuta per le scale una mattina che il portinaio aveva fatto lo sbaglio di scambiarci le lettere. Così seppi che quel mio coinquilino incontrato raramente e che aveva eccitato la mia curiosità sin dalla prima volta che lo avevo visto, si chiamava Dottor Piccottini (Anselmo): il suo biglietto da visita chiudeva il nome fra una parentesi non so per quale misteriosa ragione.

Giacchè c'era molto del misterioso nella persona di quell'uomo e nelle sue abitudini chiuse, riserbatissime.

Il titolo di dottore fu un pretesto per avvicinarlo. Ebbi il consulto richiesto intorno a una mia immaginaria malattia; tornai da lui per fargli sapere l'ottimo risultato della cura che non avevo fatto; entrai nelle sue grazie; divenni da lì a non molto il suo confidente. All'ultimo seppi che aveva una figlia con sè, e un giorno potei anche vederla. Somigliava al padre nei lineamenti: era però snella, e la carnagione bianca e rosea la rendeva piacente assai.

Mi accorsi subito che avevo da fare con uno scienziato un po' stravagante, originalissimo. Voleva a tutti i costi che mi mettessi a studiare medicina.

— Siete giovane e ancora in tempo per tentare di essere utile all'umanità.