— Mi lagno a torto; io non so come faccia Rosina, ma ella ha certamente il dono di raddoppiare le risorse!
Infatti Eliseo Bellacoscia a casa sua mangiava e beveva come un principe, ed era lieto che la sua Rosina non gli richiedesse mai un supplimento alla quota mensile da lui dedicata alle spese di casa.
E quando l'amico Augusto, che, come tenore, guadagnava il triplo di lui, si lamentava che i quartali non gli fossero mai sufficienti, egli lo consigliava con aria quasi paterna:
— Prendi moglie, Augusto mio; trovati una Rosina come la mia!
E Augusto si sentiva strozzare dalla risposta che gli saliva su per la gola e che doveva rimandar giù, forse pensando alla temuta tragedia!
***
E la mente gli corse subito alla paventata strage anche quel giorno che, arrivato con due ore di ritardo alla prova, trovò il palcoscenico in subuglio, e la prova interrotta. Artisti, coristi, figuranti, suonatori di orchestra, al vederlo comparire avevano emesso un Oh! così sonoro, così prolungato — il più splendido unisono che l'Argentina avesse mai udito — che il povero tenore si era arrestato tra la seconda e la terza quinta, interdetto.
Quel che non era accaduto in tanti anni, era accaduto improvvisamente due ore addietro, prima che la prova cominciasse e nessuno sapeva dir come e per causa di chi. Circondato, tirato in qua e in là da coloro che volevano essere i primi a informarlo, Augusto Bazzi stentava a capire, a raccapezzarsi.
Finalmente l'atroce verità gli era stata detta e con la forma più cruda.
Da una parola all'altra, insomma, il basso profondo ed Eliseo Bellacoscia, erano arrivati agli insulti: e il basso, forse mezzo avvinazzato, gli aveva sputato in faccia, davanti a quattro o cinque amici, in fondo al palcoscenico, la parolaccia che non doveva più farlo dubitare della sua disgrazia coniugale.