"Ma questi nostri grandi critici che vedono così limpidamente il grandissimo e il picciolissimo del passato, non vedono più le opere d'arte esposte che aspettano il loro giudizio… I signori dotti presbiti diranno, mi par di sentirli, che le allegorie le inventarono e immaginarono i grandi conduttori di popoli, i grandi legislatori… È vero; ma quelli erano grandi animali politici, e i nostri tesmofori sono dei politici animali quando approvano, se non suggeriscono, forme vuote di contenuto moderno. Gli antichi legislatori adoperavano le allegorie per colpire e persuadere le turbe, e vi riuscivano felicemente; se ne servivano per democratizzare, se così posso dire, i loro aristocratici pensieri e renderli comprensibili alle masse. Ma per far ciò si richiede la mente altissima d'un filosofo che analizzi ed astragga, il potente ingegno immaginativo di un artista che sintetizzi in forma plastica il nuovo tipo allegorico adatto a significare i concetti moderni, il contenuto razionale, come praticarono i classici e il medio-evo, come praticano in questo momento i giornali politici illustrati e soprattutti i giornali socialisti nelle loro allegorie" (pag. 10-11).

Un potente ingegno immaginativo d'artista! E leggendo una pagina che ragiona con parole di fuoco del monumento del Grandi per le Cinque Giornate parrebbe ch'egli si contraddica; giacchè quel potente ingegno immaginativo del povero Beppe Grandi ha, secondo me, fatto quel che il Grita vorrebbe, cioè ha sintetizzato in forma plastica un concetto storico, e così chiaramente, così evidentemente, che un plebiscito popolare impose ai giudici accademici la scelta di quel lavoro fuori concorso. Il programma voleva che il monumento fosse pure caserma per le guardie daziarie, e il Grandi, con un colpo d'ingegno immaginativo, ha fatto invece quel che ha fatto. Ma il Grita non si smarrisce; ha quasi preveduto l'obiezione, e si sdegna e schizza fiamme:

"Cinque allegorie delle cinque giornate, che vuol dire cinque modelle! Manetta del Frate, la lunedì; l'Organettaia, la martedì; Gigia la sudicia, la mercoledì: Antonietta Ruggerio, la giovedì; e Beppa la pillaccherona, la venerdì. Ecco le cinque giornate! Perchè rubate questo tempo, questa materia, o scultori, o Milanesi, ai vostri martiri? Perchè vi siete dimenticati del vostro zoppo Pasquale Sottocorno?… Come! Mi fate delle allegorie, della mitologia due secoli dopo che il Vico ha convertito la mitologia in istoria; due secoli dopo, della storia voi me ne fate mitologia!" (pag. 37).

Ed ho voluto citare questo tratto per dare un'idea della forma e per dimostrare che anche dove c'è eccesso nel concetto, c'è sempre qualcosa di profondo e di suggestivo.

Povero Salvatore Grita! Poche volte l'arte ha avuto un adoratore più fervente e più devoto di lui; e poche volte la devozione e il fervore sono stati peggio rimeritati!

Ormai è troppo tardi per lui; l'esperienza non potrà più insegnargli nulla. Ma il suo esempio rimarrà tipico, e forse non sarà inutile per qualche altro. Quando in un intelletto di artista la riflessione sopraffà la immaginativa, quando l'artista si preoccupa più del concetto come concetto e meno della forma come forma, avviene subito un disequilibrio nelle facoltà di lui; e, se le tristi circostanze della vita se ne mescolano un poco, si ha il doloroso spettacolo di un'eletta intelligenza artistica che si arrabatta nel vuoto.

Salvatore Grita oggi ha sessantanove anni. Ha modellato La Speranza nella sventura, la Cieca, Una monaca, simboleggiante l'abolizione dei Conventi, e quel gruppo Il bombardamento di Palermo che, più di ogni suo lavoro, mostra quali belle qualità tecniche possedeva questo ribelle, che poi non ha più potuto—e non per impotenza creatrice!—produrre altro, per quel che io sappia.

Se chi ne ha il facile mezzo in mano potesse dargli pace e tranquillità, forse i sessantanove anni non impedirebbero al Grita di fare un lavoro dove il pensatore e l'artista si mostrerebbero fusi assieme, opera d'arte da onorare lui e la scultura italiana.—Sit omen verbo!

POLEMICA

_Eduardo Boutet pubblicava nel Don Chisciotte di Roma del 7 gennaio 1894 il seguente scritto:_