SICILIA VERISTA E SICILIA VERA
Proprio di questi giorni, due fra i maggiori scrittori siciliani di questi tempi, pubblicano due volumi: Luigi Capuana e Giovanni Verga. Luigi Capuana Il Raccontafiabe, seguito al C'era una volta, Giovanni Verga una raccolta di novelle e bozzetti, Don Candeloro e C. E proprio di questi giorni è stato chiesto ai deputati siciliani, precisamente nel Don Chisciotte:—Ma, le conoscevate voi le sciagure che straziavano la terra nobilissima? e perchè, ogni giorno, là alla Camera non le avete ricordate?
Da siffatta domanda, perfettamente giusta, ne deriva spontaneamente un'altra:—E voi scrittori siciliani, di novelle, di bozzetti, di macchiette e via, perchè ne' vostri libri, non avete narrate quelle sciagure?—Tale domanda ha bisogno di un semplice commento per dimostrarne la esattezza.
Luigi Capuana e Giovanni Verga hanno sempre dichiarato che essi riproducevano, dall'ambiente al carattere, il vero. Tutto e solo per la verità. E infatti sono specialmente i contadini che appassionano quegli scrittori. Si può dire quasi, che la maggior parte del successo fosse costituita—oltre le qualità degli scrittori—dalla curiosità che destava quel mondo diverso. Nè è stato consentito mai il dubbio sulla validità del documento. Si era convinti e persuasi, perchè dubitare della sincerità? che quelle creature rese poi addirittura popolari nel mondo dalle note di Cavalleria Rusticana, fossero così e non altrimenti.
Sì; avevano un certo interesse di ricerche di tradizioni e costumi popolari quelle macchiette, quei bozzetti, quelle novelle. Quando un contadino vuol invitare a coltellate un altro, gli morde l'orecchio; dei vecchioni vanno per le casupole a scacciare le malie dal corpo delle ragazze; e nelle campagne, che so, si tengono i porci per la casa da certi contadini, e nei giorni di festa, mi pare, si vanno ad abbracciare; e come gridi di quelle anime, sapevamo che il morsicato all'orecchio, risponde: Avete morso a buono! e che la fanciulla abbandonata dal traditore dice: La mala pasqua a te! Poi santo diavolone e santa Rosalia! In genere si trattava di fanciulle campagnole, di curati di pievi perdute tra i campi, o smanie di contadino innamorato che soffre o che si vendica, e poi descrizioni di casette o capanne, della terra in fiore o no, di processione o messe grandi, infine da' tipi all'ambiente, per le consuetudini della vita, e lo svolgimento delle anime, e le modificazioni degli usi e costumi, dei quadretti graziosi e caratteristici, anche nella tragedia, pasta tenera azzurrino in fondo; e quando si son veduti poi quei fazzolettoni bianchi sulla testa delle femmine, quei berrettoni lunghi sulla testa dei maschi, sì, la curiosità non mancava, ma non si usciva da un folklorismo amabile e sentimentale. E si giurava che quella era la verità, tutta verità, niente altro che la verità: Cavalleria rusticana, e Santuzza, e Turiddu e compare Alfio, con relative piccole sventure di persone, non tragedie di popolo, anzi gente di buon augurio in fondo.
Ma ecco i fatti di Sicilia. Quella letteratura speciale e caratteristica, dove aveva trovato i suoi documenti? Il vero… il vero come? il vero dove? Quelle macchiette, quei bozzetti, quelle novelline di dove fiorivano? Quale fosse il martirio precisamente de' contadini proprio di quelli che fornivano il modello secondo tutte le Cavallerie rusticane del genere, si vede nei tristi casi di questi giorni. Altro che compari Turiddu e compari Alfio, e morsetti all'orecchio e male pasque a te e a me! Basta la storia squadernata al sole della sola zolfara per sentirsi spezzare l'anima: pare sempre di sentire risuonare nella coscienza come rimprovero, come gemito, come maledizione il ritornello dei minatori agonizzanti laggiù: ahi, ahi, chiste so li guai! (sic) Invece compare Alfio se ne veniva a cantare allegramente alla ribalta: Oh, che bel mestiere fare il carrettiere; e sulle piazzette dei villaggi si trovava un vinetto da brindisi faccio, brindisi faccio; e le festicciuole degli sponsali avevano ciambelle zuccherate, e vesti ricamate d'oro; e chitarrate, stornelli, rose, fiori. Lagrimucce fatte per l'applauso alla prima attrice; o tormenti raggruppati in note per lo sfoghetto d'un tenore: o popolo in massa che scende sulla via—popolo in massa che scende sulla via!—ad accompagnare la madonna in giro, la madonna che deve far la grazia alla fanciulla spasimante d'amore alla finestra, o a rallegrarsi che Cristo non è morto, colle ginocchia a terra, ed i berretti in mano.
Ecco, è chiaro. Vuol dire che la Sicilia degli scrittori che riproducevano dal vero, è diversa, assai diversa, dalla Sicilia vera: popolo che soffre tutti gli strazi e tutti i soprusi, e che cerca nella morte la fine de' patimenti più infami e più ingiusti. Vuol dire che la Sicilia—Cavalleria Rusticana, nella quale si può riassumere la macchietta, il bozzetto e la novella, era una Sicilia esercitazione letteraria, quindi retorica nel metodo, e nel fine una Sicilia d'osservazione in prima pelle, in quanto si presta alla grazietta accademica e nulla più: di maniera. Vuol dire che quegli scrittori hanno forse tutte le doti di artisti, non mi riguarda, ma quando gridano di riproduzione dal vero non sono esatti: si sono fermati a' giubbetti ed ai fioretti, e nelle anime non hanno guardato: se le anime avessero vedute e sentite ben altro dovere avrebbero dato alla loro letteratura. Alfio e Turiddu potevano pure andarsi a fare ammazzare tranquillamente, essi avrebbero raccolte le sanguinanti lagrime di quel gran popolo così oltraggiato, e le avrebbero gettate in faccia, protesta e rivendicazione, ai colpevoli, bollandoli di rovente marchio.
Del resto, questo errore di vivere insensibili del loro tempo, senza vederne e senza sentirne le angoscie e le convulsioni, servendosi de' documenti umani come di giocarello arcadico, è errore non solo di quei novellieri e romanzieri, ma in genere, quasi di tutti coloro che vanno tra il popolo minuto e i contadini a pescare la loro letteratura: ne cavano il sonetto con nuovi Melibei e nuovi Clori, ma di ciò che realmente è, e che realmente dovrebbe osservarsi e riprodursi,—e l'arte avrebbe la maggiore potenza di impressione,—nulla, nulla mai. Oh non accade lo stesso per la mia Napoli? E io non ho dimenticato che quando dalla scena proruppe il dolore della mala vita, della piazza e della casa, mi dovei accapigliare con un critico, amico mio carissimo, perchè vedeva un'altra Napoli, non quella bozzettistica de' maccheroni al pomidoro, delle ostriche di Santa Lucia, e del pesce fresco allo scoglio di Frisio.
E la dolorosa conclusione è questa:—Mentre nelle condizioni contemporanee gli scrittori—anche i giovani pur troppo!—che si danno allo studio e alla riproduzione della sconsolata vita popolana o campagnuola, dovrebbero sentir fremere nell'anima l'opera civile—l'opera d'arte verrebbe poi!—si fermano invece ai maccheroni al pomidoro e alle ostrichette di castello. Fenesta che lucive! ecco Napoli! Occhiuzzi beddi! ecco la Sicilia. Con i carusi non si fanno i volumini gingilli e le illustrazioncelle civettuole pe' salottini rococò!
__Caramba__.