Non potevo lasciar passare inosservato questo articolo così ingiusto, e nello stesso giornale fu gentilmente pubblicata la mia risposta.
Caro Boutet,
Ho letto, con due giorni di ritardo, il vostro articolo Sicilia verista e Sicilia vera. Io che compro tutti i giorni il Don Chisciotte (non lo dico per farmene un merito presso l'amministratore) avevo comprato anche il numero di domenica, ma lo avevo dimenticato in tasca. Avvertito da parecchi amici che voi mi avevate cucinato assieme col Verga e servito ai lettori con salsa piccante, ho voluto subito assaggiare anch'io il vostro manicaretto. Mi aspettavo di trovarlo gustosissimo; la mia aspettativa però è stata sorpassata. L'articolo, non c'è che dire, è proprio di quelli che sapete scrivere voi, vibrante, scoppiettante, un articolo parlato, una napoletanata alla Boutet, come diciamo noi amici quando vogliamo qualificare le vostre deliziose comiche conversazioni in redazione, al caffè, per le vie.
Peccato che tra la materia delle vostre conversazioni e quella del vostro articolo ci sia grandissima differenza. Nelle conversazioni ordinariamente parlate di cose che avete viste, che conoscete benissimo, a fondo; di persone che la vostra parola e il vostro gesto fanno rivivere e mettono sotto gli occhi altrui quasi col fascino della realtà; l'eccesso, l'inesattezza, lo sproposito qualche volta, passano inavvertiti sotto la forma efficacissima del dialetto napoletano, sotto l'immagine, sotto la mimica; si ride a crepapelle, vi si ammira e vi si è grati di un bel quarto d'ora di gaiezza e di ilarità.
Nell'articolo Sicilia verista e Sicilia vera, invece avete voluto parlare di cose che ignorate affatto, o che avete appreso a orecchio; e se la forma per parecchi lettori, ignari come voi, può far passare il contenuto, non può bastare per me, che vi siete compiaciuto di tirare in ballo. Inoltre, gli spropositi che avete detto in quella colonna e mezzo, scusate, sono così grossi che non è possibile ridere; tanto più che questa volta voi vi date l'aria di parlare sul serio, e l'occasione che vi porse il pretesto di scrivere quella tirata è serissima davvero.
Sotto l'incubo dei terribili telegrammi che arrivano di laggiù, voi vi siete rammentato di compare Alfio, di compare Turiddu, e siete rimasto strabiliato di vedere che in Sicilia, invece di ammazzarsi con la solita regola di mordersi l'orecchio, si fauno ammazzare in tutt'altri modi e ammazzano e incendiano e devastano come non fa nessuno dei personaggi di Cavalleria rusticana: e allora, al solito vostro, con una boutate (questa volta il francesismo è proprio al posto) avete esclamato:—Ma che sono venuti a contarci il Verga e il Capuana coi loro pretesi siciliani? I veri siciliani sono questi qui, questi dei telegrammi della Stefani!
Che ne sapete voi, caro Boutet, che non siete mai stato in Sicilia? Come potete giudicare che i veri siciliani siano questi e non gli altri da noi descritti? Con che giustizia decidete che noi abbiamo badato piuttosto ai giubbetti ai fioretti e che nelle anime non abbiano guardato, se vi mostrate così ignorante di questa stessa riproduzione artistica voluta confrontare con la realtà, da far credere con fondamento che ne parlate per sentita dire soltanto?
Ecco, leggete qui:
"Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le campane a stormo, e cominciarono a gridare in piazza: Viva la libertà! Come il mare in tempesta, la folla spumeggiava e ondeggiava davanti al casino dei galantuomini, davanti al municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di berrette bianche; le scuri e le falci luccicavano. Poi irruppe in una stradicciuola.
"—A te prima, barone, che hai fatto nerbare la gente dai tuoi campieri!—Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli irti sul capo; armata soltanto delle ugne—A te prete del diavolo, che ci hai succhiato l'anima!—A te, ricco epulone, che non puoi scappare nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero!—A te, birro, che hai fatto la giustizia solo per chi non aveva niente!—A te guardaboschi, che hai venduto la tua carne e la carne del prossimo per due tarì al giorno!