"E il sangue che fumava e ubbriacava. Le falci, le mani, i cenci, i sassi, tutto rosso di sangue! Ai galantuomini! Ai cappelli! Ammazza! Ammazza! Addosso ai cappelli."

Vi pare un telegramma da Caltavuturo o da Valguarnera? Ebbene è proprio il principio di una delle Novelle rusticane del Verga.

E nella Vita dei campi, se non ci sono i carusi della solfatara, ci sono Rosso Malpelo e Ranocchio della cava di rena, che è qualcosa di simile.

E ci sono i contadini che soffrono, che muoiono di fame e di fatica, rassegnati talvolta, talvolta delinquenti per forza; ci sono i galantuomini che opprimono, che corrompono, che fanno il male quasi inconsapevolmente, per tradizione, per uso, per costume, perchè si è fatto sempre così ed è comodo continuare a fare ancora così.

Capisco; voi non avete letto le novelle del Verga e molto meno le mie, o ne avete letto qualcuna per caso, alla lesta, fra una cronaca teatrale e l'altra; si vede che voi, critico teatrale accurato e coscenzioso, non vi siete neppure dato l'incomodo di confrontare la Cavalleria rusticana opera melodrammatica, con la novella o col dramma in un atto da cui è tratta; anzi di Cavalleria rusticana deve esservi rimasto in mente soltanto il libretto, se appioppate al Verga la grulleria melodrammatica:

Oh, che bel mestiere, fare il carrettiere!

quasi il libretto lo avesse abborracciato lui.

E con questa bella preparazione, con questa straordinaria e profonda cultura speciale, bum, bum, bum! vi mettete a battere la gran cassa per proclamare agli sciocchi che Verga è un accademico, un manierista!

Io e tutti gli altri, peggio!

E vorrei limitarmi a questa semplice questione di fatto: ma voi parlate d'arte, sentenziate che gli autori contemporanei dovrebbero sentir fremere nell'anima l'opera civile, l'opera d'arte verrebbe poi!