L'ignorante riduttore non ha capito che una delle attrattive del libro, e non la minore, nella sua riduzione, è già sparita; intendo dire quell'elevata tendenza religiosa che differenzia questo romanzo di costumi e di caratteri dai romanzi consimili.
Niente di straordinario ci sarebbe infatti se lo Zola, o il Daudet, o il Bourget ci avessero dipinto Currita d'Albornoz, e la società madrilena che le sta intorno; l'importante, il piccante consiste principalmente nel sapere che colui che l'ha dipinta è un gesuita. E questo piccante sparisce quando l'imbecillità d'un riduttore si permette di condensare in otto righe quella ventina di pagine che raccontano la conversione e la morte del povero Diogene, del vecchio cinico sporcaccione, caduto da una carrozza, e abbandonato in mano dei padri del collegio gesuitico di Guipùzcoa dagli amici e dalle amiche che non vogliono interrompere, per assistere il disgraziato, una bella partita di campagna.
Currita d'Albornoz! Ma si direbbe che il p. Coloma l'abbia conosciuta molto da vicino, a Madrid, nell'alta società al tempo che egli era cospiratore borbonico e assiduo frequentatore dei ritrovi eleganti, tanto è viva questa terribile figura di donna e così profondamente studiata!
Non è alla sua vigilia d'armi di donna galante quando la prima volta ella ci apparisce dinanzi nel salotto isabellista della duchessa de Bara. Ha per amante un giovanotto inesperto da lei ammaliato e di cui ha fatto, come al solito, l'amico del marito.
Nel salotto della duchessa de Bara, gl'isabellisti sono agitati, indignati; si è sparsa la voce che Currita abbia chiesto di esser nominata Camarera major della Cisterna, come gli isabellisti sprezzosamente chiamano la regina Vittoria, moglie di Re Amedeo I. Al suo arrivo, Currita è salutata da un ironico scoppio di applausi, al suono dell'inno reale amadeista: ed ella, fingendo di non capire l'atto ironico di Gerito Sardona che, servendosi d'un vassoio da tè per cappello, imitava l'angoloso e serio saluto di Re don Amedeo, risponde con la caricatura del cerimonioso saluto della regina donna Maria Vittoria, e s'inoltra prodigando a destra e a manca eleganti saluti di gran signora di Corte.
Quella nomina è un suo intrigo per poter far dire che ella l'ha rifiutata e mettersi più in vista tra il partito di opposizione.
L'ha fatta chiedere dal marito al Ministro d'oltremare; ma il marito invece che a voce, com'ella gli avea raccomandato, l'ha chiesta per lettera. Al rifiuto di lei, il Ministro indignato va a domandarle la ragione dell'insulto; ella nega sfrontatamente di aver mai pensato a quella carica; e quando il ministro le mette sotto gli occhi la lettera del marito, ella gliela strappa di mano e la butta nel fuoco del camminetto. Un altro suo intrigo è la perquisizione che la polizia viene a farle in casa, per ordine del governatore di Madrid a cui ella, con lettera anonima e calligrafia alterata, avea dato la notizia che importanti documenti di una congiura politica si sarebbero trovati nel palazzo Albornoz. La perquisizione riesce vuota, ma l'ispettore ha però portato via un mazzo di lettere profumate trovate nel cassetto a doppio fondo d'un armadio, in camera di lei. La calligrafia di queste lettere amorose, scritte da Currita al predecessore di Juanito Velarde, e ritirate dopo la rottura, mettono il Governatore in caso di riconoscere l'autrice della falsa denunzia. Le lettere, per vendetta, vengono inviate al marito. La stampa se ne mescola: lo scandalo è grande. Ma Currita che pensa soltanto a sè, vuol vendicarsi dell'impertinente direttore della España con honra, e indìce all'amante di sfidarlo. Il povero Juanito Velarde riceve una palla in petto e muore. Tutta Madrid si commove pel caso dell'inesperto giovanotto, e accusa Currita di averlo spinto a morire.
—Che ho da vedere io con lui?—ella risponde a un'amica—Gli ho io detto di battersi forse? Chi gli ha ordinato di fare il paladino? Il mestiere di Don Chisciotte è pericoloso, cara mia!
Ma quando mezza Madrid le affluisce in casa per opprimerla di ipocrite condoglianze cortigianesche, Currita recita mirabilmente la sua parte di inconsolabile. Povero ragazzo! Se ella avesse potuto sospettare! Ma come mai figurarsi!… E quella povera mamma rimasta senza sostegno, in cattive condizioni finanziarie!… Ella e suo marito avevano pensato a lei, mandandole un soccorso in rendita, presso la Banca di Spagna!
Currita però non diceva che quei sedicimila duros (quasi ottantamila lire) ella li avea vinti, ironia della sorte! con un biglietto di lotteria trovato tra le sue lettere mandate a riprendere in casa del Velarde lo stesso giorno della morte di lui! Erano una restituzione e niente più.