E così ella assume la posa di martire politica, e fa dimenticare che è un'adultera sfacciata, una madre senza cuore pei suoi due bambini, abbandonati alle mani dell'istitutrice e poi messi in collegio quando l'età li rende impacciosi in famiglia.

Paquito ha sgorbiato e impiastricciato di colore un ritratto del padre pel suo giorno onomastico. È una figura mostruosa, ma Paquito e la sorella Lilì si figurano che la buona intenzione possa valere qualcosa. Sono penetrati nello studio di pittura della mamma e hanno messo quel capolavoro sul cavalletto. Sentito rumor di passi nella stanza accanto, si nascondono; ed ecco la madre e il suo nuovo amante Giacomo Tellez, marchese di Sabanel, che parlano di cose che i bambini fortunatamente non possono intendere. Visto quello sgorbio, imitato da una fotografia, riconoscono dalle due ciocche curve su le tempie, alla Napoleone terzo, chi si è voluto rappresentare; e l'amante, ridendo, prende un pezzetto di carbonella e, spinte molto in fuori le due curve, disegna l'emblema di quel che era moralmente il conte di Albornoz, marito di Currita. Poco dopo i bambini, uscendo dal loro nascondiglio, veggono lo sfregio fatto al ritratto del padre; non capiscono di che si tratti, ma capiscono che si tratta di uno scherno e di un'offesa.

Questo nuovo amante di Currita la domina, la tiene sottomessa, la spoglia. Ella è così pervertita, che non ha onta di prendere un antico reliquario di argento dalla cappella di famiglia, bruciar le reliquie per superstizioso rimorso, e regalare quel prezioso oggetto d'arte all'amante, facendone una cornice pel proprio ritratto.

Cacciato via Re don Amedeo, spenta la repubblica, intronizzato don Alfonso, Currita è più in voga, più alla moda che mai. Il suo amante, che ha tradito re Amedeo, la massoneria, gli isabellisti—e tradirebbe re Alfonso, se ne avesse il tempo—appena elevato a grande di Spagna dal nuovo re, cade sotto il giustiziere pugnale della massoneria. Allora quella stessa società che non le avea fatto colpa della morte di Juanito Velarde, le fa carico della misteriosa morte del marchese di Sabanel; e, tutt'a un tratto, Currita vede disertati i suoi ricevimenti, e si sente sfuggita, evitata fin nella sacra cappella del collegio dove è la sua Lilì.

"Ella sentì aumentare la desolazione che la opprimeva. Una sorda irritazione, un amaro sdegno la spingeva a rimescolare, a riandare con acre piacere tutte le sue vergognose immondizie pubbliche, tollerate, consentite, applaudite come amabili cose da nulla da quella stessa Madrid che ora le voltava le spalle; ed ella gliele ributtava in faccia, gridando:

—Sono ora forse peggiore di prima? Dunque una calunnia ha per te più valore di tutto quel fango con cui ti ho lordato il viso?"

E l'indignazione contro la ipocrita e repugnante ingiustizia della società produce nel cuore di lei la conversione, che altre tristi circostanze non avevano saputo neppur farle balenare davanti gli occhi come possibile.

Questo è appena un abbozzo a tratti di lapis della figura di Currita de Albornoz, la trista eroina di Pequeñeces.

Ella vien fuori, viva e terribile, dalle pagine del libro, circondata da una folla di altre figure degne di lei: uomini politici, uomini mondani, donne leggere e corrotte, donne buone ma deboli, incapaci di resistere al fascino del vizio trionfante, madri onestissime che pur non temono di affidare a una Currita le loro immacolate figliuole. E tra tanto fracidume, tre figure elette, accennate, sfumate, ma abbastanza vigorosamente trattate per produrre il contrasto: la marchesa di Villasis, la vedova del marchese di Sabanel che si è data da molti anni alla vita religiosa più austera, e il P. Cifuentes, gesuita, lor confessore.

Anche qui l'artista ha felicemente preso la mano al predicatore.
Quanta parsimonia! Quanta misura!