Dovetti però presto convincermi che non si trattava d'artificio, nè d'insidia, e neppure di quella pudica civetteria che accresce grazia alla donna. Era proprio indifferenza assoluta e serena.
Infatti, le rarissime volte che ella mi aveva guardato—non abitavamo la stessa casa, ma la mia finestra era divisa dalle sue soltanto dallo spazio della cantonata intermedia—quegli occhi nerissimi non mi avevano fatto scorgere in lei niente che potesse indicare fastidio della mia insistenza tentatrice, o curiosità di scrutare le mie intenzioni, o altro sentimento qualunque.
Un giorno però, dopo parecchie settimane da che le sue apparizioni si erano fatte meno rare, fui lietissimo di osservare che, finalmente, ella si era affacciata alla finestra immediata alla mia, dove non si era affacciata mai fino allora.
Mi parve buon indizio; e appena ella volse la testa verso di me, le lanciai a voce abbastanza alta:
—Grazie! Grazie!
E chinai il capo con un lieve cenno di saluto.
Ella rimase alcuni istanti alla finestra; poi si ritirò senza guardarmi, non lasciando trasparire se avesse o no capito che quel: Grazie! fosse stato diretto a lei e che quel lieve cenno del capo significasse saluto.
Ero rimasto mortificatissimo, ma non scoraggiato.
La sera di quel giorno, verso le undici, stavo seduto a tavolino; non leggevo nè scrivevo. Fumando, con la testa tra le mani, riflettevo che il giocco, da parte mia, si era fatto serio, molto serio. Da semplice curioso, mi riconoscevo già innamorato, e lo apprendevo con un po' di dispiacere.
Interruppero queste riflessioni tre picchi alla parete dietro le mie spalle, tre picchi che mi sembravano dati con grandissima cautela.