Balzai dalla seggiola. La parete era intermedia tra le due case, e appunto quella mattina la bellissima bruna si era affacciata per la prima volta alla finestra della stanza accanto.
Stetti a origliare. I picchi furono replicati con lo stesso intervallo dei precedenti, e la loro intensità di suono aveva qualche cosa di così cupamente velato da far di nuovo sospettare che venissero dati con timorosa cautela. Picchiai tre volte anch'io e accostai l'orecchio alla parete. Mi pareva di udire un fioco e indistinto mormorìo proprio dietro il punto dove avevo accostato l'orecchio.
—Non capisco; vi prego di parlare più forte—dissi, mettendo le mani attorno alla bocca per raccogliere il suono della voce.
Mi fu risposto coi soliti picchi. Insistei, pregando:
—Parlate più forte!
Tutt'a un colpo, quasi la parete si fosse miracolosamente assottigliata, rimasi stupito di sentir pronunziare con voce debole, lenta, ma chiara:
—Questa sera non posso più. Domani, alla stessa ora!
—Grazie! Buona notte!—mi affrettai a soggiungere.
Non ebbi risposta. Picchiai tre volte; non ebbi risposta.
E passai la nottata in lieti fantasticamenti, facendo molte supposizioni per spiegarmi quell'atto così imprevedibile della mia bella bruna—potevo già chiamarla mia—e fabbricando mille castelli in aria intorno alle probabili conseguenze di esso.