— Ahi! ahi! La morte! La morte! Ahi! Ahi!

Quando videro che tentava di strapparsi le fasce, Hermann e il servo lo afferrarono pei polsi. Era livido, con la fisonomia contratta, gli occhi terribilmente spalancati.

— Ahi! ahi! — continuava ad urlare. — La morte! La morte!

— Vi è da temere, maestro? — domandò Hermann ansioso.

— Tutto va bene — rispose il dottore con la sodisfazione dello scienziato che ha ottenuto una vittoria.

William restò per alcuni minuti come un corpo inerte. Il dottor Cymbalus gli tastava il polso.

— Le convulsioni ricominciano; saranno le ultime, ma più violente.

L'accesso riprese appena il dottore aveva terminato di parlare, ma non durò molto. William ricadde spossato.

— Lasciamolo riposare — disse il dottor Cymbalus. — Già si sviluppa la febbre. È la Natura che si solleva contro la violazione delle sue leggi!

William dormì tranquillamente quattr'ore di fila. Quando si svegliò, i suoi occhi smarriti si fissavano su le persone e gli oggetti intentamente, come per riconoscerli bene; poi passava via, senza lasciar capire se li avesse o no riconosciuti. Le sue mani brancicavano nel vuoto, sfregavano le coperte; poi si tastava il viso, il petto, lo stomaco, e tornava a brancicare qualcosa invisibile. La sua voce era un lamentìo basso, interrotto, una specie di singhiozzo. Durò così due giorni. Al terzo riconobbe Hermann e gli strinse la mano; sorrise al dottore.