La sua solitudine gli faceva spavento. I momenti più tristi della sua vita gli parvero preferibili, immensamente, a quella calma di morte che l'operazione del dottor Cymbalus gli aveva procurata.

— Mamma! Ida! Mamma! Ida! — chiamava ad alta voce, chiuso nella sua stanza, senza voler vedere nessuno.

Tentava di riscuotersi con quei nomi dal torpore che lo teneva incatenato fra i suoi terribili nodi.

Niente!

Quelle parole: Mamma! Ida! gli risuonavano nell'orecchio come due voci che non avessero mai avuto alcun senso per lui.

Ah, quell'ore di pianto, di disperazione di strazio mortale passate a guardar da lontano le finestre del palazzo K*** nelle notti d'inverno! Ah, quell'ore d'agonia, quando si struggeva di abbracciare sua madre che, perduta tra le feste e i conviti, più non si ricordava di lui! Quelle erano state ore! E quando i furori della gelosia, i folli propositi di vendetta gli avevano sconvolto il cervello, per il tradimento di Ida Blùmer? Che emozioni! Che divini dolori!... Ed ora, più nulla!

Un giorno corse da sua madre.

La contessa K*** si preparava per un viaggio lontano, nel momento che William saliva le scale del palazzo ricordando la trista scena di parecchi anni fa, essa si trovava nel suo elegante salotto, abbandonata su una poltrona col viso tra le mani, piangente. Una cameriera levava della roba da un mobile antico incrostato di avorio e di madreperla, e nominato un oggetto, aspettava che la sua signora le rispondesse sì o no con un cenno del capo.

William irrompeva nella stanza.

La contessa pareva ammattita dalla gioia. Rideva, piangeva, lo abbracciava, lo carezzava, tornava ad abbracciarlo.