La mattina dopo, senza dir nulla al suo amico, William Usinger prese la strada che conduceva alla villetta del dottor Cymbalus.

Era giorno di festa. Allegre brigate di uomini e di donne, sparse pei prati che fiancheggiavano la strada, conversavano allegramente o ballavano al suono del violino e del contrabasso. William si fermava a guardare quelle persone felici; ma non capiva più nulla di quella loro musica, e di quelle loro canzoni. Quei visi sorridenti gli sembravano atteggiati a scherno o a disprezzo per lui.

Il dottor Cymbalus lo ricevette con la sua solita cordialità.

William gli espose quel che provava.

— Io non v'ingannavo, figliuolo mio! — gli disse il dottore diventato tristo e meditabondo. — Forse sarebbe stato meglio che vi avessi lasciato mettere in atto la vostra disperata risoluzione! Non credete per questo che vi fossi indotto da una vanità di scienziato, per tentar l'esperimento delle mie scoperte. Voi calunniereste il mio cuore d'onest'uomo che la scienza fa palpitare vivamente per qualunque creatura che soffre. Fui sedotto da una speranza; osai sperare che la Natura non sarebbe stata inesorabile. Eravate così giovane! Avevate tanto sofferto! Ma la natura non muta le le sue ineluttabili leggi.

— Addio dottore! — disse William.

— Abbiate coraggio, abbiate coraggio!

— Avrò coraggio.

Il dottor Cymbalus dalla finestra del suo studio seguì con l'occhio il giovane che s'allontanava a capo chino. Lo vide fermarsi per consegnar qualcosa al servo poi sparire nel campo vicino, dietro un folto gruppo di alberi.

S'udì un'esplosione d'arma da fuoco.