Al lume di luna che cadeva di sbieco dalla grondaia della casa, i capelli di lei e la mano appoggiata su la sbarra della ringhiera risaltavano luminosi; il resto della figura si velava nell'ombra: e in quell'ombra il bianco dei suoi denti brillava tra le labbra semiaperte a un sorriso.

— Ninna, ooh!

— Giorgio, sta' fermo! Sta' fermo!

E tentava fiaccamente di trattenergli la mano.

Ma Giorgio non smetteva, da ragazzo imbizzito. All'ultimo, improvvisamente, le soffiò sul viso e scappò via.

Cecilia s'era rizzata d'un colpo, come se quel soffio l'avesse frustata. Si mordeva le labbra, si passava le mani sui capelli, col petto che le si sollevava. Giorgio, battendo le mani, rideva in fondo alla stanza, nel buio.

***

Il barone era andato a Palermo; ed essi avean seguitato a fare il chiasso per gli appartamenti, rincorrendosi, nascondendosi dietro agli usci, proprio come due ragazzi, appena si sentivano stanchi di leggere o seccati di suonare.

Due volte erano andati al Gelso Nero in carrozza, per poche ore, il tempo di fare una giratina pel giardino degli agrumi e di perdersi sotto gli archi a sesto acuto dell'uliveto, o sotto il pergolato che attraversava la vigna. Tornando, sul tardi, la Cecilia si rannicchiava in fondo alla carrozza, muta, guardando fissamente Giorgio con certi sguardi divoratori, quando lui non poteva vederla: e di tratto in tratto avea certe scossettine nervose che le faceano strizzar gli occhi e scuoter la testa.

Giorgio, rincantucciato nel lato opposto, non pensava a nulla; e se si voltava verso la matrigna e incontrava la punta acuta degli sguardi di lei, sorrideva a fior di labbra con puerile compiacenza, senza sottintesi. Allora sorrideva anche lei, tristamente, e stendeva la mano ad accarezzargli la bionda capigliatura che gli si arruffava su la fronte d'avorio, con una carezza da mamma; e il suo polso batteva più celere e la sua mano, piccola e bianca, tremava.