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Il pretore, il brigadiere dei carabinieri e due amici erano stati introdotti dal barone in punta di piedi, allo scuro.

Il barone avea acceso un fiammifero; la sua mano, che lo teneva in alto per rischiarare il gran letto nuziale a traverso le cortine, tremava convulsa.

— Per carità, signor barone! Siamo ancora a tempo, sia generoso!

Il pretore lo scongiura, stringendogli fortemente le braccia.

— È molto se invoco soltanto la legge! — avea risposto il barone.

Da quella mattina in poi le imposte del palazzo Russo-Scaro non sono state più aperte, chiuse per lutto eterno. La villa del Gelso Nero è rimasta anch'essa deserta.

Quando lo zio del barone, il vecchio abate di San Benedetto, passa per caso davanti a quel palazzo che gli rammenta la catastrofe dell'ultimo rampollo della sua famiglia, abbassa la testa, accasciato:

— Se vedete una grande rovina — suol ripetere con la sua profonda amarezza di cenobita — dite pure, senza timore d'ingannarvi, che una donna è passata per là![1]