Milano, 15 Dicembre 1877.

L'IDEALE DI PÌULA

L'amico Pìula andava giù rapidamente in modo incredibile.

Ogni settimana gli lasciava grandi guasti sul viso, nell'andatura, nelle maniere, nella voce, dappertutto. Il colore della sua carnagione diventava terroso; alla coda dell'occhio gli si aggruppava un fascio di piccole rughe che si apriva a ventaglio verso le tempie e non conferiva ad abbellirlo. Altre rughe invadevano il collo, la fronte, le guance e gli davano l'aria d'un pezzo di cartapecora aggrinzita, nel quale fossero stati ritagliati due buchi paralleli: gli occhi. Ma tutto questo non avrebbe fatto grande impressione senza quell'andatura stracca, curvata con cui egli si trascinava da un luogo all'altro, senza quella sciatteria degli abiti, senza quel lamentevole suono della voce che pareva uscisse dalle cieche profondità dello stomaco, stavo per dire dalla pianta dei piedi, anzi da sotterra.

— Ma che cosa hai?

— Oh, nulla!

— Eppure....

— Ah!