— Perchè la situazione, capisci, portava che doveva rispondere così — egli spiegava, stupito di quelle insistenti domande. — Non ho saputo, ho intuito che ha risposto... cioè che avrebbe risposto così.

— Tu hai detto una volta, parlando con Leoni, che certe frasi, certi motti non s'inventano: si prendono dal vero, in circostanze inattese, uditi direttamente o riferiti.

— Non ho rossore di confessare — rispose, sorridendo, Borgagli — che quattro o cinque delle frasi che più destano ammirazione in alcune mie novelle, io me le sono appropriate, come chi trova per via un diamante, smarrito del suo sbadato proprietario. E il paragone è soltanto giusto riguardo al diamante. Coloro che han pronunziate quelle frasi, quei motti sublimi o caratteristi, ne ignoravano il valore. Il pubblico dev'essermi grato di non averli lasciati disperdere.

E il giorno dopo, a proposito di altre novelle, di altri racconti specialmente di quelli usciti recentemente dalla penna di lui, ella riprendeva la sua indagine con maggiore insistenza; e Pietro già notava con qualche sgomento, quell'accento di profonda tristezza con cui ella interrogava, quella espressione del viso che significava la dolorosa delusione di non aver raggiunto il suo scopo.

— Ma che hai? che vuoi sapere — le diceva. — Sembra impossibile che una persona intelligentissima e colta come te, cerchi di scoprire in un'opera d'arte quel che non c'è. Il mio passato? Ma tu, adorata mia, da due anni hai scancellato tutto, tutto! Hai fatto cor novum dentro di me, un cuore nuovo, dove non può più esservi posto neppure pei ricordi, tanto tu lo riempi di te, rinnovando ogni giorno, ogni ora, ogni istante il tuo sovrano possesso. Come non lo intendi? Come non ti accorgi del male che ti fai? Giacchè tu soffri — non negarlo — tu diventi sempre eccitabile, sempre più nervosa; ed io ho paura quando ti sento tremare, fremere fra le mie braccia, come in questo momento, scossa da brividi molto diversi da quelli, dolcissimi, di una volta.

— No, no, t'inganni! — ella tentava di negare. — Forse attraverso un periodo strano, di facili eccitazioni, nel quale mi sembra di sentir sviluppato in me un senso inesplicabile di veggenza, che però è ancora in uno stato torbido, fosco.

— E rimarrà sempre tale, perchè sei tu che tenti di formartelo artificiosamente e non riesci; tenti l'impossibile. Che t'importa di sapere, con precisione, quel che c'è di me, della mia vita, del mio passato, del mio cuore, del mio spirito nell'opera mia narrativa? Qualcosa, molto o poco, dev'esserci, per forza. Ma ormai questo qualcosa, poco o molto, non ha nessuna importanza; è ridotto, per dir così, proprio a materiale — nota: a materiale — da servire alla costruzione dell'opera d'arte. L'importante è la forza creatrice che ora aiuta ad adoprarlo; e questa forza creatrice ha un personale slanciato, capelli di un biondo scuro, occhi grandi, caprini, scintillanti, labbra rosee, mani — oh, mani! — minuscole e braccia morbidissime; e dovrebbe stringermi più forte, più forte... così; e baciarmi così, così, e giurarmi di non torturarsi più, se non vuol farmi maledire quella che è stata il mio orgoglio, la mia consolazione, la mia ragione di vivere prima che entrasse in questa casa l'attuale gentile dominatrice, ed è e sarà, da ora in poi, il mio omaggio, la mia raccolta di fiori immortali da spargerle ai piedi: intendo la mia opera d'arte. Me lo giuri?.... Me lo giuri dunque?

Diana, vinta da intensa commozione, si abbandonò singhiozzante tra le braccia del marito balbettando:

— Sì! Sì!

Sdraiata indolentemente su la poltrona a dondolo, con un libro in mano, che di tratto in tratto quasi le cascava sui ginocchi aperto o tenuto socchiuso dall'indice, Diana passava molte ore nello studio del marito, intento a terminare il romanzo che doveva comparire nel primo fascicolo del prossimo anno su la maggior rassegna italiana.