— Se si potesse! — rispose alzando gli occhi al cielo. — Sarebbe l'Ideale!...

Milano, gennaio 1879

UN CASO DI SONNAMBULISMO

Tra i tanti casi di sonnambulismo dei quali la scienza medica ha fatto tesoro, questo del signor Dionigi Van-Spengel è certamente uno dei più maravigliosi e dei più rari. Compendierò l'interessante memoria pubblicata recentemente dal dottor Croissart; spesso, per far meglio, adoprerò le stesse parole dell'illustre scrittore[2].

I.

Il signor Dionigi Van-Spengel ha cinquantatrè anni. È una figura secca, lunga, eminentemente nervosa, notevolissima sopra tutto pel naso e pel modo di guardare; vista una volta non si dimentica più. Il ritratto, disegnato da Levys, messo in testa al volume, è di rassomiglianza perfetta. La sua fronte, poco ampia ma molto elevata, è coperta di rughe che si alzano e si abbassano con continuo movimento come il mantice di un organino. Dietro di esse mulina un cervello che ignora il riposo. Il signor Van-Spengel si trova da venti anni alla Direzione Generale della polizia del Belgio, e ha preso sul serio il suo posto. In parecchie circostanze ha dimostrato di non essere stato per nulla l'allievo prediletto del Vidocq.

La sua pupilla, un po' neutralizzata da un par di occhiali da presbite, ha un'espressione affascinante; non guarda, ma penetra. L'uomo più onesto del mondo tenterebbe invano di sopportarla pochi minuti senza imbarazzo.

«La prima volta che conobbi il signor Van-Spengel, dice il dottor Groissart, fu per cagione di una sua malattia. Da sei mesi era travagliato da insonnia fastidiosissima: i medici di Brusselle e di Parigi non sapevano da che parte rifarsi contro un male così ribelle ad ogni energico trattamento. Giunto allora dalla provincia, una cura fortunata mi avea messo sùbito in mostra. Egli venne a trovarmi. L'impressione di quella visita non mi uscirà più di mente.