«Ragionando del suo male, il signor Van-Spengel mi guardava in viso con quell'aria scrutatrice tutta propria, che un po' gli veniva dalle abitudini del mestiere, ma che in gran parte mi parve dovesse attribuirsi al suo naso lungo, acuminato, un tantino storto e rivolto in su, un naso stranissimo.

«Dopo pochi minuti, non fui più buono di prestare attenzione a quello ch'egli diceva. Mi sentivo attaccato nel santuario della mia coscienza e badavo a difendermi. Non son facile a subire illusioni di sorta alcuna; ma la fisonomia di quell'uomo mi inspirava in quel punto un indefinibile senso di paura. Giunsi fino a fantasticare che egli adoperasse quel naso, pel morale, come lo spiego delle guardie daziarie alle porte della città; infatti esso ricercava tutte le fibre e si ficcava più oltre.

«Quando il signor Van-Spengel tacque, non ebbi alcun dubbio ch'egli non conoscesse il mio cuore quanto e, forse, più di me. Credetti anzi di sorprendergli su le labbra un sorrisino di trionfo. Fui, mio malgrado, costretto a chiedergli scusa e a pregarlo umilmente di ricominciare da capo.

«O indovinasse il motivo del mio turbamento, o rimanesse mortificato della mia disattenzione, il signor Van-Spengel fissò allora gli sguardi sul piccolo tappeto steso sotto i suoi piedi e non li distolse di là prima di aver terminato la seconda narrazione delle sue sofferenze (pag. 6).

Il signor Van-Spengel è celibe. Non ha parenti. Vive con una vecchia che lo serve da trent'anni, ed abita un quartierino nello stesso ufficio della Direzione Generale di Polizia. Di abitudini regolarissime, passa leggendo le poche ore disoccupate che il suo posto gli consente. Mangia poco e, cosa più notevole, non beve vino.

È certissimo che la sera del 1 marzo 1872 il signor Van-Spengel rientrò nelle sue stanze più presto del solito. Era di buon umore e cenò con appetito. Si mise a letto alle undici e mezzo di sera; poco dopo la serva lo sentì russare fortemente. Alle otto e tre quarti del mattino (2 marzo) era desto. Il campanello avvertiva la Trosse che il suo padrone attendeva il caffè.

La Trosse assicura che l'aspetto del signor Van-Spengel era, quella mattina, preciso come il consueto, anzi un po' più sereno.

Nulla facea presagire la trista catastrofe della giornata.

— Il padrone — raccontò poi la vecchia — sorbì il caffè a centellini, esclamando ad ogni corso: stupendo! eccellente! Indi accese la sua pipa. — Sapete? mi disse; temo di aver dormito nove ore tutte di un fiato! — E diè in uno scoppio di risa. Io tentennai il capo, ma non volli contraddirlo.

All'una dopo la mezzanotte, la Trosse lo aveva sentito passeggiare per la stanza e muover qualche seggiola. Supponendo ch'egli si sentisse male, si era levata e, pian pianino, aveva aperto l'uscio a fessura. Il suo padrone, seduto a un tavolino, avvolto nella veste da camera, col berretto da notte, scriveva.