Profittando di alcuni carri che ingombravano la via della Reine verso il Restaurant des Artistes, girò con lestezza attorno ad essi, ritornò sui propri passi mentre il Maresque lo cercava con l'occhio tra la folla, e infilò un vicolo stretto, torto, sudicio, una di quelle tante anomalie che si trovano spesso nel cuore delle grandi città.

Aveva fatto i conti senza l'oste.

Il signor Van-Spengel lo aveva scoperto da lontano.

Il biondo varcò un usciolino sepolto tra le panche di erbaggi di una bottega di ortolano e i cenci di un rivendugliolo ebreo, spenzolanti in mostra dalla tabella.

Il signor Van-Spengel, seguito dal Poisson e dal Maresque, diè un'occhiata allo stabile; poi, senza dir motto, cominciò a salire la scala che principiava quasi alla soglia.

Trovarono un andito largo, una specie di corridoio senza vôlta, col pavimento sdrucito e i vecchi mattoni che vi formavano degli isolotti: un locale freddo, grigio, di aspetto sinistro. Sei usci, segnati con grossi numeri rossi, indicavano sei stanze; ma il perfetto silenzio che vi regnava faceva supporre che i locali fossero allora disabitati.

Il Signor Van-Spengel si accostò all'uscio numero 5, e picchiò con le nocche delle dita tre colpetti risoluti.

— Chi è? — avea risposto una bella voce di uomo.

— La Legge!

Apparve all'uscio un uomo in veste da camera. Pareva di essere su la quarantina. Aveva il volto tutto raso, i capelli neri e molto lunghi, gli occhiali inforcati sul naso e un libro in mano.