In caserma già si parlava degli svizzeri del Borbone che stavano per sbarcare a Messina. Le cose si mettevano male: ordini e contr'ordini, marce di notte su per la Montagna, allarmi.
Lo zi' Croce si raccomandava a Dio e a Santa Agrippina, patrona del suo paese; e ripuliva il fucile e contava le cartucce che gli avevano consegnato.
— Ora si balla, zi' Pecoro! Messina è presa! — gli disse Ingo una mattina — E per strappargli più facilmente qualche tarì, aggiunse: — Nella mischia, tenetevi sempre accanto a me, caso mai!
E si ballò davvero, da lì a qualche giorno, prima tra i boschi dell'Etna, poi al Tondo del Gioieni, con quei diavoli scatenati degli svizzeri che bruciavano le case come niente fosse, rompendo contro i muri certe bottiglie piene di un liquido che prendeva subito fuoco. Il povero zi' Croce aveva sparato una diecina di colpi, appostato a una cantonata delle prime case di Catania, lassù. E tra una fucilata e l'altra, si era raccomandata l'anima, atterrito degli svizzeri che non avevano paura di morire perchè — gli avevano detto così — erano sicuri di rinascere subito al loro paese, e non credevano nè in Dio nè nella Madonna.
— Zi' Pecoro, fuoco! — gli urlava il leprino, che tirava come un demonio.
— Sant'Agrippina!
E lo zi' Pecoro sparava senza saper dove, tra il fumo, abbassando la testa a ogni fischio di palla.
Ed ecco, dai fianchi, cannonate, fucilate! E uno sbandarsi improvviso: gente che scappa quasi impazzita, urli, bestemmie, uomini che cadono come mosche, e il leprino, sanguinante, che grida:
— Zi' Croce, fratello mio, non mi abbandonate!
Essere scampati vivi da quell'inferno gli era parso un miracolo.