— Zi' Croce, fratello mio, non mi abbandonate!
Il leprino aveva una palla nella coscia; e lo zi' Croce ora lo reggeva col braccio, ora lo prendeva su le spalle: così si erano trovati alla riva del Fiume Grande, tra una gran calca di fuggiaschi, con un immane ingombro di carri, di carrozze, di animali, e uomini, donne, vecchi, fanciulli, d'ogni condizione, tutti col terrore del massacro nel viso, tutti con gli occhi rivolti verso Catania che bruciava e fumava sinistramente nella notte serena, lontano, quasi l'Etna, squarciati i suoi fianchi, riversasse sulla città fiumi di lava.
***
Quell'angosciosa nottata egli non l'aveva dimenticata più; il riverbero di quegli incendii gli era rimasto davanti agli occhi, e negli orecchi i pianti e le grida dei fuggiaschi che si spingevano, si urtavano per passare i primi nella barca di tragitto e mettere almeno l'acqua del fiume tra loro e gli svizzeri creduti alle spalle.
E la rivoluzione era finita.
Il Borbone era ritornato e con esso il macinato; e sarebbe tornato anche il colèra, quantunque ci fosse stato indulto per tutti.
Rassegnato alla volontà di Dio, lo zi' Croce, ripreso l'aratro e la zappa, aveva pure comprato un agnello, poichè sua moglie aveva già dovuto vendere il pecoro per non morire di fame. E tornava di rado in città, pur di non vedere quei brutti ceffi dei birri che si credevano tanti Ferdinandi Secondi, e non rispettavano nessuno.
Infatti don Pietro, il capitano, se ne stava chiuso in casa sua, prigioniero volontario, e passeggiava su e giù per la terrazza a testa bassa, con le braccia dietro la schiena, raso, senza un pelo su la faccia, perchè la polizia gli aveva imposto così. Lo zi' Croce però, in campagna, s'era lasciato crescere la barba; i birri dovevano venire fin là e condurre con loro il barbiere, se avevano paura dei peli di lui! Intanto, le poche volte che egli si era avventurato in città, l'aveva passata liscia.
La rivoluzione era finita da un pezzo, non se ne fiatava nemmeno; ma la testa dello zi' Croce lavorava, lavorava, componendo certe poesie, con versi o troppo lunghi o troppo corti, e immagini così oscure che non ne avrebbe cavato il senso egli stesso: sempre un'aquila forte che sfidava il leone; sempre draghi e serpenti, seguiti da fulmini e da tempeste, finchè non arrivava, all'ultimo, Santa Agrippina, con in pugno la croce e il braccio levato in alto per disperdere i saraceni, come nel gran quadro dipinto su la volta della bella chiesa della santa:
Santa Irpina ccu la cruci in manu,