La negghia si squagghiau e piriu lu saracinu!

La nebbia si sciolse, e il saraceno perì! Quel saraceno, si capiva, significava il Borbone.

E canticchiava le sue canzoni, con voce stonata, facendo tornare i versi sbagliati con la scorta della melodia, mangiandosi mezze le sillabe, intanto che scatenava il terreno sodo a colpi di zappa, o reggeva con una mano l'aratro e coll'altra il pugnolo per aizzare i buoi lenti, nella lieta solitudine della campagna.

— Zi' Croce, che cantate? — gli domandavano i vicini.

— Canzoni di sdegno.

E per lui erano tali davvero.

Gli anni passavano senza novità, ma egli sperava sempre. Le domeniche, tornando al paese per la santa messa, andava a sedersi sul muricciuolo del viale fuori Porta, di faccia alla terrazza dove don Pietro passeggiava su e giù con la testa bassa e le mani dietro la schiena, ma ora con tanto di barba perchè la polizia non badava più ai peli. Ed egli guardava quel volontario prigioniero, aspettando che gli facesse un cenno di saluto, nient'altro; cenno che lo zi' Croce interpretava a modo suo, perchè don Pietro, il capitano, rappresentava agli occhi di lui la rivoluzione in persona.

— Quello lì, sì, quello solo era un uomo!

E dopo di essere stato un paio d'ore a guardarlo andare su e giù, con la testa bassa e le mani dietro la schiena, egli tornava in campagna consolato, col cuore riboccante di speranza, quasi che con quel cenno di saluto don Pietro gli avesse assicurato: — La rivoluzione? Domani.

Dal colèra del cinquantacinque egli era scampato per caso. I birri erano venuti, nella notte, a spargergli la maledetta polvere bianca davanti la porta di casa. Ma dal letto, egli aveva uditi i loro passi cautelosi e aveva udito borbottare non so che parole. Chi poteva andare attorno a quell'ora, all'infuori dei birri che avevano il contraveleno? E aveva svegliato sua moglie: