Brontolava ancora un poco, poi si calcava sul capo la tuba, prendeva la mazza di sorbo, e andava via zufolando.

Dal giorno però che aveva firmato il contratto di compera dei casalini del barone Collotta — non si poteva più dire: del palazzo, perchè non c'era in piedi neppur la facciata — il notaio parve cambiato di punto in bianco; moglie e figlie quasi non lo riconoscevano più, udendolo chiacchierare a tavola, specialmente dopo cena, della futura meraviglia della casa nuova.

Voleva fare le cose in grande; far crepare di rabbia certa gente. I quattrini erano lì pronti, in bei biglietti da cento e da mille, messi da parte a posta, accumulati l'uno su l'altro. Non doveva cavarsi il cappello a nessuno.

E tirava fuori da una cassetta della scrivania la pianta della casa, e la stendeva su la tovaglia, lieto che le bambine piccine gli montassero su le ginocchia per guardare, e si leticassero le camere quasi fossero già allestite di tutto punto, ed esse dovessero andare a dormirvi fra un quarto d'ora.

Invece, appena da una settimana i manovali lavoravano a sgombrare il terreno dalle macerie, a buttar giù i muri crollanti, ad ammucchiare le pietre ancora servibili per la prossima costruzione. Il notaio passava lunghe ore colà, fra nugoli di polvere, stimolando gli operai, sollecitando i ragazzi che coi corbelli di vimini portavano lo sterriccio sui carretti, segnando nel taccuino i viaggi dei carrettieri per non farsi rubare da quella canaglia. Lo scrivano veniva di tratto in tratto a chiamarlo per un testamento, per un contratto di matrimonio, per un brevetto; e il notaio si staccava a malincuore da quelle macerie, da quello sterriccio, da quello spazio che di mano in mano sgombrato, pareva ingrandirglisi davanti agli occhi. Ma intascando i diritti notarili, sorrideva pensando che anch'essi avrebbero aiutato a murare qualche sasso di più. E, all'ora solita, era sempre sulla soglia dello studio notarile, col pomo della mazza di sorbo appoggiato sotto il mento, zufolando sommessamente in attesa del dottor Ballocco; e avviandosi assieme con lui per la passeggiata, ora affrettava un po' il passo fino al punto dello stradone, a cavaliere del quale doveva sorgere fra un paio di mesi la facciata della sua casa. Non si fermava più, ma si voltava a guardare, e interrompeva lo zufolìo per dire al dottore:

— Sei finestre e un balcone in mezzo.

O pure:

— La cucina, dalla parte di là.

O pure:

— Nell'orto ho già piantato le viti!