Brevi parole, accenni che continuavano un suo ragionamento interiore, quasi l'amico avesse potuto vederlo pensare, e per ciò capire che cosa egli volesse dirgli.
Il dottore crollava il capo, faceva una spallucciata. Per lui il mal della pietra era la peggiore delle malattie; si sa quando si comincia, ma non si sa quando si finisce. Gli architetti sono furbi; vi dicono: — Spenderete mille; nè un soldo di più, nè un soldo di meno! — Avrete speso venti mila e sarete appena a metà dell'opra!... Vah! se il notaio non gli aveva voluto dar retta, peggio per lui. — Tutto questo il dottore lo pensava, ma non lo diceva; o lo diceva a modo suo, con la punta della mazza, spingendo di qua e di là i sassolini, i pezzetti di carta, gli sterpi, qualunque cosa gli capitava tra i piedi; stizzito che ora quella passeggiata, prima così bellamente silenziosa, avesse mutato carattere con queste interruzioni. E respirava, appena il notaio non poteva più avere il pretesto di voltarsi perchè il ciglione, nella curva, non lasciava scorgere il posto dove una volta sorgeva il palazzo del barone Collotta. Infatti il notaio poco dopo riprendeva il suo zufolìo, e i due strani amici continuavano la singolare passeggiata. Le persone che li incontravano sorridevano, fermandosi per vederli passare, udire il fìchiti-fon! fìchiti-fon! del notaio già divenuto leggendario in paese, e osservare il dottore che pareva incaricato di tener netto lo stradone dai sassolini e dagli sterpi. Parecchi già avevano notato che il notaio ora si lasciava scappar di bocca qualche parola; e la cosa sembrava sorprendente a dirittura!
Mentre i muratori scavavano le fondamenta, il notaio faceva zappare e piantar l'orto da uno dei suoi contadini. Due piante di peschi, tre di nespoli del Giappone; le viti, già legate al palo, indicavano dove fra un anno si sarebbe visto il pergolato. Poi, lungo il muro a secco che calava a piombo su lo stradone, in attesa della balaustrata di legno, una bella fila di vasi da fiori, conici, panciuti, di tutte le dimensioni, parte già pieni di terra, parte vuoti; sarebbero stati lo spasso delle figliuole. Ai peschi, ai nespoli e all'uva avrebbe badato lui. Con la fantasia, li vedeva carichi di frutta dorate dal sole; pesche grosse così, con la gota rossa e la bella peluria fresca; nespole succose, acidule, che gli facevano venir l'acquolina in bocca al solo pensarci; e uva bianca e nera pendente in grossi grappoli, da cogliere lì per lì all'ora del pranzo con le sue proprie mani! E il fresco da godersi l'estate, in maniche di camicia, in pantoffole, come un papa, con le bambine attorno! Quasi le figliuole dovessero rimanere sempre bambine e Lisa non fosse già una donnina.
E perciò gli pareva che i muratori andassero a rilento, e le fondamenta stentassero a uscire a fior di terra. E sorrise quando vide salire su, a poco a poco, la facciata, coi pilastri delle porte che parevano germogliassero, e vide porre i davanzali delle finestre e poi gl'intagli e poi il cornicione, in cima. Seduto sotto un vecchio ombrellone di seta rossa per non arrostirsi al sole, il notaio zufolava, mentre i muratori cantavano accompagnandosi a colpi di cazzuola. Pensava a certe persone che dovevano diventare più verdi dell'aglio e masticar tossico, passando per lo stradone, ora che di laggiù la casa poteva sembrare compiuta col tetto e con le imposte alle finestre! Fìchiti-fon! Fìchiti-fon!
Pareva un altro, sempre di buon umore, quantunque vedesse di giorno in giorno diminuire i biglietti di banca, non ostante che ogni settimana ve ne aggiungesse parecchi! Andavano via come l'acqua! Ma non voleva dir niente, se la casa nuova sorrideva, fresca come una rosa, al sole, col bel portoncino dalla parte di Via Lunga, di faccia alla chiesetta di San Cosimo; bella comodità anche questa, per andarvi a udir messa le domeniche senza attendere troppo.
Era di buon umore, e non sapeva persuadersi perchè mai ora Lisa stesse sempre imbroncita, e fosse divenuta un po' aspra nelle risposte alla madre.
— Che ha Lisa? — egli domandava alla moglie.
— Niente.
— Ha i nervi, mi pare.
— Ragazze!