— Ma caro barone, 'a Corte v'avarrìa da dà ragione pe levasse na mala pimmicia da cuollo!

E il giorno dopo, nella sala di udienza, il barone piangeva di consolazione durante la splendida arringa dell'avvocato De Paolis, e sorrideva tra le lagrime, approvando con la testa, con le mani, col busto, applaudendo sotto voce con frequenti bravo! bene! benissimo! che avevano infastidito il celebre avvocato, perchè lo distraevano dalla complicata argomentazione del suo ragionamento.

— Ma, barone mio!... — gli si rivoltò all'ultimo.

Il barone parve volesse sparire sotto terra, tanto fu visto rannicchiarsi su la seggiola al rimprovero dell'avvocato.

Ma poi drizzò il capo, fulminò con uno sguardo l'avvocato della parte contraria, appena questi cominciò ad arringare con voce sonora ed ampi gesti.

— Storie!... Sciocchezze!... E l'atto di permuta? Ah! Ah!... Bravo! Bene!... Benissimo!...

Si contorceva, alzava le spalle, approvava con ironico accento; si stringeva la testa tra le mani; si turava le orecchie per non udire quei cavilli anticipatamente sfatati dalla insuperabile arringa del De Paolis... Un Dio!... Aveva parlato come un Dio!... E colui faceva sbadigliare i giudici!... E il cugino marchese stava ad ascoltarselo chiudendo gli occhi. — Ed ecco, caro cugino!... Ci siamo riveduti in Gran Corte!... E riderà bene chi ride l'ultimo! Ah! Ah! — Che diceva ora quell'avvocato arruffone?... — Ma sì, ma sì... Col matrimonio di donna Querinta Soldano... appunto!... baronessa di Cantorìa!... — Lo confutava balbettando appena le parole, e stentava a contenersi...

Tutt'a un tratto impallidì, si piegò in avanti e cadde bocconi per terra, con un fievole rantolo.

***

L'avevano creduto colpito da apoplessia; invece si era semplicemente svenuto per stanchezza, per eccessive commozioni e per debolezza; da due giorni aveva mangiato soltanto un po' di pane!