— Non fate il profeta del malaugurio! Infine sono figli vostri. E quella povera baronessa! È malata, quasi moribonda... Andate colà, perdonate a tutti, siate generoso! Vi occorre danaro? Due oncie? Sono le ultime. Fra qualche mese avrete le casse piene di scudi; non saprete che farne... E in gennaio non dimenticate di mandarmi le ulive nere salate, quelle di Cento-Salme.
— Non c'è ulivi a Cento-Salme. So io dove trovarle.
— E perdonate. Perdonare è dei grandi — conchiuse don Emanuele.
No, non poteva perdonare! Ora che la lite era vinta, ora che la ricchezza tornava a far rifiorire il nome dei Zingàli, tutte le sofferenze, tutte le umiliazioni patite gli risalivano in gola, gli attossicavano la bocca, quasi gli fossero rimaste indigeste da più di due anni. E quel tanfo di cui più non si accorgeva, e quel sudiciume della biancheria e del vestito a cui più non badava, e dei quali aveva spesso tratta materia di orgoglio pel suo carattere, ora, soltanto ora, quel tanfo gli mozzava il fiato; ora, soltanto ora, quel sudiciume che portava addosso gli dava nausea!
E la mattina dopo montò sul carretto di un compaesano, come un miserabile portato per carità, e si sfamò assieme col carrettiere in una osteriaccia di campagna. Il sole lo cuoceva, le scosse del carretto gli indolenzivano le ossa. Ma, steso quasi bocconi su le dure tavole di abete di cui il carretto era carico, egli pensava al giorno che sarebbe rientrato nel suo palazzo da vero padrone, da vero barone di Fontane Asciutte e Cantorìa; lui che n'era uscito con quattro piastre in tasca e un mazzo di scritture sotto braccio! Lui che volevano far interdire perchè rovinava la famiglia! Lui che era stato abbandonato dalla moglie, dalle figlie, dai figli come un rognoso, come un appestato!
— Ah, certamente già si apprestano a rappresentare la commedia! Ora che non sono più un matto da interdire, ora che non sono più un rognoso, ora che non sono più un appestato, ora verranno a chiedere perdono, si umilieranno, commetteranno tutte le viltà... C'è Cento-Salme in vista. Ci sono diecimila onze per colui del mulino... e dieci per l'avvocatino don Felicianino... l'ipocrita, il gesuita!... Via! Via!... Non sono più marito!... Non sono più padre!... Sono soltanto don Pietro Paolo Zingàli, barone di Fontane Asciutte e Cantorìa... no, anzi, barone di Cento-Salme; otterrò un decreto pel nuovo titolo!...
Era già sera; il mulo trascinava stancamente il carretto per lo stradone polveroso. Il carrettiere cantava.
Il barone rizzò la testa; vide, lontano, spiccar neri sul cielo rossiccio, i campanili, le cupole del paesetto da cui mancava da tre anni e un'inattesa forte commozione lo invase.
Durante il viaggio aveva scambiato poche parole col carrettiere; ma in quel punto sentì bisogno di parlare con lui, d'interrogarlo.
— Che dicono di me?