— Meglio! Meglio. Non è niente! Ho la pelle dura io.

Passava la giornata e parte della serata seduto sur un gran sasso davanti al portone, con una specie di coma che gli faceva socchiudere gli occhi e abbandonare la testa sul petto. Il vecchio contadino, che era stato antico fittaiuolo di casa Zingàli, una sera finalmente era andato dalla baronessa, non ostante il divieto del barone.

— Dovrà morire colà, come un cane?

— Che possiamo farci?... Ha parlato di noi?

— Mai, mai! Dice che aspetta una lettera dell'avvocato. Mandino almeno un dottore... e un letto. Dorme vestito su la paglia, in un canto del trappítu... Fa pietà!

Una mattina stava seduto su quel sasso fin dall'alba, ostinato a restare in quell'edifizio dalle mura spaccate, dal tetto sconquassato, su quel po' di paglia, che gli serviva da giaciglio, fino al giorno in cui avrebbe avuto in mano la copia legale della sentenza. Aveva sbattuto i denti pel ribrezzo della febbre durante la nottata; ora si sentiva scoppiar la testa dal calore, quasi il sangue gli si fosse mutato in liquido ardente dentro le vene, quantunque l'aria mattutina fosse fresca. Sentendo uno scalpitío di vetture, volse la testa.

— Ah, signor barone!... Ah, signor barone!...

Il canonico Rametta gli stendeva da lontano le braccia, il dottor La Barba lo salutava cavandosi il cappello. Egli fece uno sforzo per rizzarsi ed evitar di riceverli, ma ricadde sul sasso, appoggiandosi con le spalle al muro, mentre essi scendevano da cavallo.

— Non ho bisogno di medico; non sono in punto di morte da dovermi confessare, signor canonico. Siete venuti come i corvi all'odor del cadavere? No, no... Sono più vivo di tutti coloro che vi mandano... Andate a dirglielo.

— Siamo venuti per conto nostro, signor barone; pel bene che vi vogliamo, pel rispetto che vi dobbiamo...