— Questo è barone, principe, re di casa mia!

E suo marito, grave, con le mani su le ginocchia, guardava lei e il bambino e non diceva niente.

Le vicine, invidiose e maligne, vedendo quel trovatello vestito come un signorino, lo chiamavano, per dispetto: il mulo di Rosa. E Rosa, se le udiva, lasciando d'impastare il pane, si affacciava su l'uscio con le braccia nude intrise di pasta, e cominciava a sbraitare:

— Femminacce senza educazione e senza cuore! Muli saranno i figliacci vostri, se non avete carità per una povera creatura che non vi fa nessun male!

— Con chi parli, pettegola?

— Parlo con tutte! Romperò il muso a qualcuna!

E quando il ragazzo, già cresciuto, nel fare il chiasso con gli altri suoi pari, si bisticciava e si azzuffava con essi, e tutti gli gridavano:--Mulo! Mulo! — ed egli si metteva a piangere perchè lo chiamavano come la sua mamma non voleva. Rosa diventava una furia, e correva addosso ai ragazzacci dando spintoni e scapaccioni.

— Se non ne storpio uno, non sarò più Rosa Zoccu!

Suo marito, arrivando dalla campagna la trovava in lagrime per questo.

— Lasciali dire! — la confortava. — Gli tolgono forse il pane di bocca? Il pane lo avrà meglio assai dei figli loro. È tutta invidia! Lasciale dire. Ora lo manderemo a scuola.