Moglie e figli si erano ribellati contro il barone appunto per quella lite, che durava da dieci anni, e nessuno poteva prevedere quando sarebbe terminata. Il marchese di Camutello, cugino del barone e suo avversario, prima gli aveva messo l'inferno in famiglia per mezzo del confessore della baronessa, facendole dipingere a nerissimi colori l'avvenire della casa; poi aveva proposto, con lo stesso mezzo, una transazione.

— Un'infamia! — diceva il barone. — Piuttosto farsi tagliare le mani, che sottoscrivere quell'attentato ai sacrosanti diritti della baronia di Fontane Asciutte e Cantorìa. Finchè campo io!...

Ma dopo sei mesi di terribile lotta, un giorno per le silenziose stanze del palazzo Zingàli erano risuonati urli di voci maschili, strilli di voci di donne che si udivano fin dalla via e facevano fermare la gente.

***

La facciata di pietra dura intagliata, col vasto portone e i terrazzini e l'alto cornicione in cima, davano a quel palazzo l'aria di fortezza tra le meschine casette da cui era circondato. Bastava però cominciare a salire le scale per accorgersi subito che l'interno poteva dirsi una rovina. Scalini sbocconcellati; muri senza intonaco; pavimenti senza mattoni; finestroni, metà con vecchie tavole malamente inchiodate e murate in luogo di imposte e di ringhiere; vôlte reali macchiate di umido per l'acqua che vi stillava dal tetto nei giorni di pioggia; stanzoni squallidi, polverosi, e pieni di ragnateli, parecchi con un tavolino o un baule in un angolo e poche seggiole sgangherate attorno per mobilia, qualcuno con grandi quadri senza cornici alle pareti — quadri sacri, ritratti di famiglia anneriti dal tempo, scorticati, sfondati — e nient'altro.

Bisognava attraversare quattro o cinque di questi stanzoni, rischiarati dalla poca luce che penetrava dalle fessure delle tavole, infisse ai finestroni trent'anni addietro come imposte provvisorie — e che si erano infracidite là senza che nessuno avesse mai pensato di aggiungervi un chiodo — bisognava attraversare quattro o cinque di questi stanzoni prima di arrivare alle stanze dove la famiglia del barone si era ridotta ad abitare.

La baronessa e le due figlie vivevano segregate, in fondo in fondo, nelle stanze che davano sul vicolo della parte di levante. In una camera, divisa in mezzo da un paravento coperto di damasco rosso, stracciato e sfilaccicante, dormivano le due sorelle; in quella accanto, la baronessa. Ella passava le giornate facendo calza, rammendando biancheria, filando lino nelle serate invernali, recitando assieme con le figlie interminabili rosari, seduta sul massiccio seggiolone di noce con spalliera di cuoio che si accartocciava agli angoli da dove le bollette erano andate via. Colà ella riceveva le rare visite di qualche amica e le contadine che le portavano panieri di frutta, cestini di uova fresche, mazzi di asparagi o di cicoria, secondo le stagioni; colà ella si confessava, il primo e il quindici di ogni mese, col vecchio canonico Rametta, che veniva pure a raccontarle in quell'occasione le notiziole e i pettegolezzi del paese, prima o dopo di averla confessata, come piaceva alla signora baronessa, che non era sempre dello stesso umore.

I figli, Ercole, Marco e Feliciano, dormivano in quello che avrebbe dovuto essere il gran salone di ricevimento se il palazzo fosse stato compiuto. Attorno ai tre lettini addossati agli angoli (quelli di Ercole e Marco l'uno di faccia all'altro, quello di Feliciano in uno degli angoli opposti tra due finestroni) stavano appiccati alle pareti diversi arnesi che rivelavano le inclinazioni e le occupazioni di ognuno di loro. Fucili, carniere, reti da conigli e da quaglie; gabbietta di legno pel furetto; stivaloni alla scudiera, con grosse bullette alle suole; due cappelloni a larghe tese, uno di feltro bigio, l'altro di paglia; casacca, panciotto con molte tasche, e pantaloni di velluto grigio, di cotone, facevano sùbito indovinare in Ercole il cacciatore che si curava soltanto di fucili, di furetti e di bracchi. Seghe, pialle, martelli, tenaglie, succhielli, saldatori, scalpelli, forbici, lime, raspe, tornio, tavole, legnetti, soffietto, un trapano, un'incudinetta, un fornello indicavano in Marco il meccanico. Dal tavolino con su uno scaffaletto pieno di libri moderni, di fascicoli di opere in corso di pubblicazione, di quaderni di sunti e di appunti, si capiva l'inclinazione allo studio del fratello minore Feliciano.

Il barone occupava la stanza a sinistra del salone dove dormivano i tre maschi. Di faccia all'uscio, un gran scaffale rustico, senza vetri nè sportelli, pieno di mazzi di scritture antiche, che raccontavano le compre, le vendite, le trasmissioni di possesso, le liti, le sentenze, insomma tutta la complicatissima storia dei feudi di Fontane Asciutte, Cantorìa, Barchino, Tumminello, Cento-Salme, Canneto, una volta patrimonio della famiglia Zingàli, ora parte alienati, parte ceduti, parte perduti per la leggendaria storditaggine del barone don Calcedonio, padre di don Pietro-Paolo. Le scritture erano disposte per ordine di data, e da ogni mazzo, da ogni fascicolo veniva fuori una linguetta di carta che ne indicava il contenuto. Prima della morte del barone don Calcedonio, tutte quelle carte giacevano alla rinfusa in due vecchi cassoni senza coperchio, assieme con altre carte ammonticchiate, in uno stanzino buio, fra seggiole rotte, arnesi inservibili e stracci di ogni genere buttati là da anni ed anni. Don Pietro-Paolo, che si era trovato da un giorno all'altro barone di Fontane Asciutte e Cantorìa, si era anche sentito gravare addosso da un giorno all'altro il disordine dell'amministrazione di casa, intorno alla quale non aveva potuto neppur fiatare vivente il padre che si credeva Domineddio in persona, autorità indiscutibile su la moglie, sul figlio, su la nuora e sui nipoti.

Appena la cassa del morto era uscita di casa, il barone don Pietro-Paolo aveva fatto cavar fuori dallo stanzino quelle altre casse da morto, come egli disse, dove giacevano tesori di documenti, atti importantissimi per le liti in pendenza e per quelle da iniziare; dalla mattina del giorno dopo si era chiuso nel suo stanzone, studio, camera da letto e da ricevimento in una, e in tre mesi di diabolico lavoro, che lo aveva fatto incanutire, era finalmente riuscito a riordinare, classificare, annotare quell'immenso ammasso di carte ingiallite, ammuffite e qua e là rôse dai topi. Per fortuna, avendo trovato tanta altra roba da rosicchiare, i topi avevano risparmiato un po' le scritture dei cassoni.