La baronessa donna Fidenzia, triste e sfiduciata, gli aveva detto più volte:

— Perchè ammattite con quelle cartaccie? Oramai, quel che è andato è andato...

— Non vuol dire! E poi... c'è ancora una rivendicazione da fare. Cento-Salme è nostro, non del marchese di Camutello!

— Volete rovinarvi con le liti anche voi, peggio di vostro padre?

— Mio padre era pazzo da legare. Dio gli perdoni nell'altro mondo dove ora si trova!

E il povero barone don Pietro-Paolo, che già aveva potuto scandagliare l'abisso in cui per colpa del barone don Calcedonio era sprofondato il patrimonio di famiglia, non esagerava punto, per indignazione, chiamando suo padre: Pazzo da legare!

Basta rammentare le burlette che il barone don Calcedonio avea fatto ai suoi avvocati di Catania, di Palermo, di Messina, di Siracusa (giacchè egli aveva liti da per tutto, con privati, con Comuni, col Governo, con conventi, con Opere pie) per qualificarlo a quel modo.

Da Catania, gli avvocati che gli strappavano a stento gli onorari e volevano far le viste di guadagnarseli, lo tempestavano di lettere: La sua presenza è necessaria, urgentissima; così non si va avanti.

Il vecchio barone li avea lasciati cantare. Un bel giorno, fa inattesamente scrivere dal suo segretario: «Arriverò domani l'altro».

E si mette in viaggio, con gran scampanìo di lettighe, una per sè e una pel suo cameriere, da quel gran signore che doveva mostrare di essere il barone di Fontane Asciutte e Cantorìa.