Probabilmente l'albergatore voleva impedire che io badassi alla misera camera assegnatami pei quindici giorni delle mie funzioni da giurato; per ciò, magnificando la posizione del suo albergo e fattomi affacciare al terrazzino, mi diceva:
— Vede? Posto centralissimo, su la via maestra, che è anche strada provinciale. Questa qui è una torre del tempo dei Saraceni. L'avevano ridotta a campanile della chiesa accanto; ma ora è vietato suonare le campane, per paura che non crolli... Bella! è vero?... Di rimpetto, il palazzo del barone Saccaro, tutto in pietra intagliata... Guardi, ecco il barone... Un milionario. Non sa nemmeno lui quel che possiede in contanti... Ha una stanza piena di pezzi da dodici tarì; li ammucchia con la pala... dicono; io non li ho visti. Brava persona, però, caritatevole, quantunque un po' matto...
Avevo data appena un'occhiata al barone e al suo palazzo tutto in pietra intagliata. Mentre l'albergatore parlava, osservavo la strana manovra del farmacista là incontro, che, aperta la farmacia e uscito su la piccola spianata davanti la porta, si era piantato ritto su le esili gambe, con le mani dietro la schiena, nel breve spazio dove arrivava, a traverso le case vicine, una striscia di sole. Rimasto immobile un pezzetto, cambiava lentamente di posizione girando come sur un pernio. Lo avevo visto di faccia, poi di tre quarti, poi di profilo, poi con le spalle voltate all'albergo, poi di profilo dal lato opposto, poi di tre quarti e finalmente di nuovo di faccia.
L'albergatore intanto continuava a parlarmi del barone:
— Mezzo matto, se si vuole, a casa sua; ma fuori non fa male a nessuno. Come dovrebbe spendere i quattrini? E si cava parecchi capricci. Ha tanti vestiti quanti i giorni dell'anno.
— Trecento sessantacinque?... Mi paiono un po' troppi! — risposi, senza perdere d'occhio il farmacista che seguitava a cambiare di posizione, girando su sè stesso, lentamente, quasi mosso da un ordegno di orologeria.
— Forse qualcuno di più! — soggiunse l'albergatore. — Ne indossa uno al giorno. Li ho visti, li ho contati io stesso l'anno scorso. Vedesse! Quattro stanze con attaccapanni fino al tetto, con cartellini numerati, e il nome di ogni mese. Un servitore è addetto unicamente a batterli e spazzolarli. Trecento sessantacinque calzoni, trecento sessantacinque corpetti, trecento sessantacinque giacchette; vestiti da casa, soltanto da casa. Per andare a passeggio poi...
— Ma che diamine fa — lo interruppi — quel farmacista che si gira e rigira al sole?...
— Ahi... fa annerire la tintura che s'è data ai capelli e alla barba. Non se n'è accorto? Poco fa, quando ha aperto la farmacia, era grigio; ora ha barba e capelli più neri del carbone.
Infatti mi pareva ringiovanito sotto i miei occhi.