Quella novità delle trombe aveva messo sossopra Doguara. La piazza era gremita di gente per vedere i militari. Su le due porte del Circolo, fasci di alloro e di bandiere. Le sale non bastavano a contenere tutti i membri. Le trombe, rimaste fuori, di tratto in tratto, a capriccio, scoppiavano in segnali militari, dalla diana al saluto reale. E la gente applaudiva. Dentro, in fondo alla seconda sala, sur una predella, seduto a un tavolino, il cavaliere spiegava ai socii lo scopo di quel santissimo fascio che raccoglieva le forze vive del paese, le più giovani, le più disciplinate per cooperare al bene di...
— Tatà, taratatà! — le trombe, da fuori, coprivano la voce dell'oratore. Invano qualcuno, affacciandosi alla porta, imponeva silenzio. Nei punti migliori, quando il cavaliere avea voluto destar nei socii il sentimento militare per combattere incruente battaglie civili, — Tatà, taratatà! — le trombe lo avevano interrotto, facendogli perdere il filo delle idee.
Ma già, per un'inaugurazione, egli avea parlato troppo. Ed era uscito dalla sala fra un subisso di applausi, lasciando libera l'assemblea che doveva eleggere il Presidente e il Comitato esecutivo; le trombe gli avevano fatto il saluto reale.
***
Cipolla, da factotum di casa Li 'Nguanti, era diventato in pochi mesi factotum del Fascio di cui il cavaliere era presidente, cassiere, conferenziere e istruttore, coadiuvato in questo ufficio dal fido ex-caporale di fanteria. Col pretesto di aprire, la mattina, e chiudere, la sera, le stanze del Fascio, di spazzarle, di spolverare i pochi mobili e custodire le otto trombe, Cipolla se la spassava in paese.
Si poteva dire che durante la settimana il locale servisse soltanto per lui e per due o tre degli indispensabili trombettieri sempre pronti ai suoi ordini. Quasi fossero stati in quartiere, le trombe suonavano la diana all'alba, e poi il rancio e poi tutti gli altri segnali del regolamento. Verso le undici, Cipolla si appostava davanti all'uscio per scoprire da lontano il cavaliere che veniva a fare una visita alle due dozzine di seggiole, ai quattro tavolini, all'armadio delle trombe, perchè i reduci nei giorni di lavoro avevano ben altro da fare che venire al Fascio, a conversare o a fumare qualche sigaro; e appena il cavaliere era a venti passi di distanza, i trombettieri si schieravano fuori, e tatà taratatà, quasi don Mimmo fosse stato Re Umberto in persona. Egli si accostava impettito, serio, con cert'aria militaresca di circostanza, salutava, portando la mano destra alla falda del cappello, ed entrava.
I socii del Circolo degli Agricoltori, quelli del Circolo degli Operai, gli sfaccendati, i disoccupati che ingombravano la Piazza Grande gli ridevano dietro. Ma egli o non se ne accorgeva o non se ne curava.
E spasseggiando su e giù per le due stanze, approvava con lievi mosse del capo i progetti di Cipolla: esercizii, passeggiate, scampagnate. Bisognava tener vivo il fuoco, altrimenti addio Fascio! Scampagnate soprattutto!
In quella circostanza, dei socii del Fascio neppur uno mancava. Si sapeva che il cavaliere faceva le cose alla grande: carne, pane, vino, noci, fichi secchi. Si passava una giornata allegra, si mangiava a ufo, e si tornava a casa lieti e contenti, con le trombe che assordavano. — Viva il cavaliere! Viva! — E anche: — Viva Cipolla! — Le grida e gli schiamazzi si udivano di lontano un miglio. È vero che la sera poi i reduci sbadigliavano alla conferenza del cavaliere; ma non voleva dir niente. Capivano poco, perchè egli soleva parlare con la lingua di fuori, in punta di forchetta, spiegando lo Statuto egli la Legge Comunale e i Diritti del cittadino; qualcosa però capivano, specialmente quando lasciandosi prender la mano dal soggetto, e parlava di rivendicazioni e di tante altre belle cose che aguzzavano l'avidità di quell'udienza di contadini; o quando li incensava e li esaltava:
— Voi soli siete buoni; voi soli siete degni, voi lavoratori della terra, voi sfruttati e malmenati! E voi dovete prendere nella società il posto che vi spetta! E lo prenderete, per Dio!