Il cavaliere la lasciava dire.
— Benedette donne! Vogliono metter becco in tutto e non capiscono nulla!
— E queste trombe che rompono i timpani alla gente, non potreste farle tacere? Il padre di Vincenzino non ne può più; vi manda tanti accidenti quante volte suonano... Ci volevano appunto le trombe per irritarlo peggio! E vedrete che il matrimonio di vostra figlia, a cagione anche delle trombe, andrà per aria!
— Il padre di Vincenzino è un asino! Ora gli danno noia le trombe! Si turi le orecchiaccie, si turi! Scuse, pretesti! C'erano forse le trombe quando ha votato contro di me? E anche il signor Vincenzino...
— Si è astenuto!
Il cavaliere, appena si toccava questo tasto, tagliava corto. Quel matrimonio della figliuola rimasto in asso un po' per questioni d'interessi ma più per dispetti elettorali, gli era una spina al cuore. Ormai non se ne poteva ragionare, finchè le cose duravano così; ed era inutile pensarci. La ragazza, che aveva più intelligenza della mamma, non ne parlava mai, povera figliuola! Ma l'anno prossimo... dopo le elezioni!...
E perciò il cavaliere si era dato anima e corpo al Fascio, al suo Fascio, che infatti non veniva chiamato dei Reduci, ma il Fascio del cavaliere. Egli aveva istituito anche la scuola serale domenicale, pei soci che non sapevano leggere e scrivere. Metà dei reduci erano già iscritti nella lista e, secondo lui, facevano fare cattivi sogni ai signori del Municipio.
Ah!... Le trombe davano noia? Ma sarebbero state le trombe del giudizio universale, in luglio, il giorno delle elezioni!
E con l'immaginazione egli si vedeva alla testa del suo piccolo esercito, che correva a votare a suon di trombe, come a un assalto... E sbaraglio!
Intanto, marce domenicali, e scampagnate; e vino e pane, e capretti al forno e noci e fichi secchi, per tenere allegro e ben compatto il Fascio, con gran disperazione di donna Beatrice che se la prendeva anche con Cipolla, quando veniva a dirle: