— Dice il signor cavaliere che il pane lo comprerà da Severino. Il vino, di quello della botte piccola; lo battezzerò io, padrona mia!
E siccome scendeva in cantina lui, non lo battezzava affatto.
— Andate a farvi benedire, tutti! — esclamava donna Beatrice, quantunque, ora che le elezioni erano vicine, sbraitasse meno. Voleva star a vedere!
Uno spettacolo, quel giorno!
Le trombe del Fascio dei Reduci parevano davvero le trombe del giudizio finale, andando attorno per le vie del paese sin dalle prime ore del mattino: Tatà-Taratatà! E così tutta la giornata, e la sera, dopo la vittoria del cavaliere, fino a tarda notte, come se il paesetto fosse stato preso di assalto. — Viva il cavaliere! Viva il cavaliere! — E Tatà-Taratatà!
***
La vittoria non era poi stata splendidissima; della lista del cavaliere, due soltanto erano riusciti eletti, lui e il notaio Pitarra. E il cavaliere, modestamente, aveva detto ai soci del Fascio:
— Questa è vittoria vostra! Vittoria dei vostri diritti! Vittoria delle vostre rivendicazioni! Io sarò la vostra voce in Consiglio, nient'altro!
Il sindaco che, quantunque nipote di carrettiere (e non figlio come diceva donna Beatrice nei momenti di stizza), era un furbo di tre cotte, alla prima seduta del Consiglio, appena il cavaliere entrò nella sala, gli andò incontro, gli strinse la mano, si rallegrò di vederlo colà; e, trattolo in disparte, gli disse:
— Caro cavaliere, noi non abbiamo mai combattuto voi, ma le persone che vi stavano attorno. Ed oggi infatti il Consiglio saprà darvi il posto che meritate.