— Ho il castigo di Dio, signor Pretore!
— Infine, se la ragazza lo vuole...
— Piuttosto l'ammazzo con le mie mani, signor Pretore!
— Ma prima con Zitu eravate stretti amici, mi pare.
— È stato un tradimento, signor Pretore!
Quel che Don Franco chiamava tradimento, era avvenuto la sera della processione del giovedì santo, mentre sparavano i mortaretti, appena la statua del Cristo alla Colonna era uscita dalla porta della chiesa, tra il salmodiare dei canonici e le grida dei devoti: Viva il Santissimo Cristo alla Colonna!
Tra la folla, qualcuno aveva osato di dare un pizzicotto a una donna, che s'era rivoltata e aveva fatto nascere una zuffa. Pugni, schiaffi, bastoni per aria, fuggi fuggi, donne svenute, bambini travolti, accorrere di guardie e carabinieri, tumulto!
E Zitu aveva raccolto Benigna, bianca come un cencio lavato, inerte, svenuta anche lei per lo spavento; e avea dovuto prenderla in collo e portarla fino a casa, nel vicolo vicino; e aiutare donna Sara che strillava e piangeva, e non riesciva a sganciare il busto della figliuola stesa quant'era lunga sul letto, come una morta.
— Un po' d'aceto, donna Sara! Non è niente.
Si era dato un gran da fare. Da un pezzo, egli avea posto gli occhi addosso alla ragazza, e voleva approfittare di quell'occasione per diventare amico di famiglia. E aveva spruzzato d'acqua fresca il viso della svenuta, e le avea prodigato frizioni di aceto alle narici e alla fronte, e frizioni alle mani per rimettere il sangue in circolazione, consolando la mamma che non sapeva fare altro che piangere e disperarsi: