E s'era spinto oltre, visto che la ragazza, improvvisamente arrossita, abbassava il capo; afferratala per la vita, voleva darle un bacio su la nuca.

— La mamma! — esclamò Benigna, che non se lo aspettava. — Per carità, santo cristiano!

Ma al blando rimprovero, Zitu che aveva perduto la testa, le diede un altro bacio, e questa volta su la bocca.

E a quel bacio il cuore della povera Benigna aveva dato una vampata; giacchè il fuoco le si era appiccato sin dal primo istante, quella sera che, rinvenendo, aveva visto Zitu davanti il letto e aveva saputo che era stata portata da lui in collo, fino a casa, come una bambina malata!

Donna Sara si era sùbito accorta di qualcosa, ma era stata zitta.

— Guardia municipale non è un bel mestiere — ella pensava. — Ma, se il patriarca San Giuseppe vuole così!...

Anche lei era abbagliata dalla divisa e dai luccicanti bottoni di rame e dalla daga e dal kepì che Zitu portava con aria spavalda. E stava ad osservare sottecchi, fingendo di non essersi accorta di niente. Tanto più che Don Franco, a cui Zitu continuava di tratto in tratto a regalare buoni bicchieri di vino, ora dal Patacca e ora dallo Scatà, si espandeva in grandi elogi di quel bravo figliuolo, fior di galantuomo, che rispettava tutti e si faceva rispettare da tutti!

Per ciò Benigna e donna Sara cascarono dalle nuvole la sera che Don Franco, tornato a casa tutto accigliato, prima di cavarsi il cappello e di posare la mazza al solito angolo, esclamò quasi con un grugnito:

— Qui non ci deve più venire nessuno! Quel nessuno, si capiva, era Zitu.

— Perchè? Che significa? — osò domandare donna Sara.